Cantanti troppo spudorate? I discografici inglesi:'Di sicuro non è colpa nostra'

Cantanti troppo spudorate? I discografici inglesi:'Di sicuro non è colpa nostra'

Gli artisti sono padroni del loro destino, e non ha senso colpevolizzare le case discografiche per la deriva ipersexy o soft porno di certe dive del pop odierno. A rispedire al mittente le accuse lanciate da cantanti come la ex enfant prodige della classica Charlotte Church, che alla stampa aveva raccontato di essere stata spinta dalla sua etichetta ad adottare un'immagine più ammiccante e sensuale una volta entrata nella fase adulta e "pop" della sua carriera, è il co-fondatore della Chrysalis Chris Wright, che a suo tempo lanciò l'icona sexy Debbie Harry con i Blondie. "Molti artisti, maschi o femmine, vecchi e giovani, incolpano il business quando è accaduto qualcosa che in retrospettiva giudicano averli danneggiati", ha dichiarato il discografico ed editore inglese al Telegraph. "Quando le cose vanno bene, molti di loro pensano che sia merito loro; se vanno male è colpa di qualcun altro e l'industria della musica è un capro espiatorio conveniente. Ecco perché affermazioni come quella della Church vanno prese con beneficio di inventario". "Non succede solo con le cantanti", ha aggiunto Wright. "La stessa cosa, in una certa misura, è successa con Miley Cyrus e con Jennifer Capriati, la tennista che si è ficcata in un sacco di guai. La verità è che molto spesso sono gli artisti stessi a doversi prendere la colpa dei loro problemi".

Riprendendo l'intervista del Telegraph, il sito del settimanale musicale Music Week ha ricordato i commenti di tenore analogo rilasciati in ottobre alla testata da Nick Gatfield, amministratore delegato di Sony Music UK e lui stesso ex musicista nei ranghi dei Dexys Midnight Runners, a proposito delle presunte pressioni esercitate dalla major su Miley Cyrus affinché la giovane cantante americana spingesse l'acceleratore sul lato sexy della sua immagine. "Quel punto di vista sbaglia grossolanamente bersaglio", aveva detto Gatfield. "C'è molta ignoranza, a livello governativo come nella stampa, a proposito del livello di influenza che l'industria discografica esercita sui suoi artisti, come fossimo dei burattinai che tirano i fili dicendo: 'Ora dovresti fare un po' di twerking! Fai qualcosa di scioccante con il dito gigante! Non funziona affatto in questo modo".

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