A Villa Arconati Khaled impazza con il suo rai

"La cosa più importante è il sorriso. Sorridere, è la prima cosa. Il mondo si può cambiare così", aveva detto poco prima di salire sul palco in un’intervista. E di fatto è così che Khaled si presenta: stivaletto nero, pantalone da cresima e camicetta gialla con finte/vere bretelle incastonate, capello impomatato con il gel e anelli e catene d’oro tra mani, braccia e collo, ma soprattutto con un sorriso dipinto in volto che fa esplodere la voglia di fare festa del pubblico di Villa Arconati, sita a Baranzate di Bollate, soltanto pochi passi da Milano. Una grande festa con un tutto esaurito che non si era quasi mai visto, neanche per appuntamenti che hanno avuto per protagonisti cantautori ben più noti: "biglietti esauriti", ammonivano i cartelli già due chilometri prima di arrivare alla Villa. Khaled è in ritardo, arriva con la solita scorta della Digos che lo segue da quando, diversi anni fa, gli integralisti islamici hanno pensato di mandargli qualche ‘avvertimento’: ai cancelli lo aspettano quanti non hanno il biglietto, dentro il parterre è pieno come un uovo. Ma la speranza di vedere il concerto seduto, per chi aveva progettato una serata tranquilla, crolla miseramente non appena il ‘cheb’ (ma non si chiama più così...) fa il suo ingresso sul palco: una processione di persone sfila ai lati dei posti a sedere e lentamente ma inesorabilmente va a collocarsi sotto palco, dando il via alla festa. Khaled all’inizio gioca al risparmio: imposta il classico concerto di routine, cantando il giusto e anche qualcosa in meno, dando spazio e forse anche qualcosa in più ai suoi comprimari e limitandosi a sfoderare il suo sorriso da ‘impunito’ nei momenti in cui è necessario, riuscendo comunque a tenersi addosso l’attenzione del pubblico. Pubblico che, dal canto suo, era venuto a festeggiare la serata con Khaled, più che a vedere un suo concerto. Danze, cori, incitamenti hanno accompagnato il concerto sin dal primo minuto, dando la possibilità a Khaled di esibirsi nel suo ruolo più congeniale, quello di cantante cerimoniere, il simbolo di tutti i giovani cantanti da matrimonio (o da festa di piazza) del mondo. E veramente ad un matrimonio sembrava di essere, con Khaled a snocciolare le canzoni che il pubblico aspettava. "N’ssi N’ssi", "Lillah", "Didi", "Sahra" e tante altre sono così corse via nelle quasi due ore di concerto, anche se il suono di Khaled è ormai soltanto un lontano parente di quel rai bastardo e verace che aveva incatenato il mondo cinque - sei anni fa: troppe le soluzioni dozzinali, le citazioni al reggae e al flamenco che finiscono per esaurirsi in assoli o giri di maniera, troppo pochi i riferimenti a quel mondo musicale incontaminato che Khaled era riuscito benissimo a rappresentare. Oggi più che mai il motivo per cui si assiste ad un concerto di Khaled con la pelle d’oca è legato alla sua voce, inimitabile e utilizzata con sapiente intuito d’istrione. Khaled è un imbonitore, nei pezzi ispirati guarda il cielo e canta l’amore, con i giovani magrebini nelle prime file commossi che spiegano a squarciagola (in un italiano/milanese quasi perfetto) i testi delle canzoni: "canta l’amore...l’amore, la fidanzata, perché mi hai lasciato? Dove sei andata senza di me? ti fa venire da piangere...e poi, i ricordi dell’Algeria, e che lui non ci può più tornare e il perché...". C’è una Milano affamata di vita al concerto, che stranamente non protesta per il fatto di doversi alzare in piedi per seguire lo spettacolo, che perdona la baraonda, il sudore, i cori ubriachi e anzi ne gode sorridendo; quasi la foto di un’altra città, più di mille persone di razze ed età diverse che si prendono a pacche sulla schiena e ballano abbracciate. "Aicha" arriva come primo bis e Khaled la lascia cantare al pubblico per quasi 10 minuti; poi si schiarisce la voce e attacca lui. Alla fine del concerto è quasi il pubblico a surclassarlo, tanto che l’esibizione, che Khaled tira furbescamente fino alla mezzanotte a forza di assoli, finisce per durare oltre, con i musicisti a fare a gara nei propri interventi e il pubblico a gridare incessantemente ‘ancor’. Niente da fare, l’ex-cheb è stanco e il concerto finisce qui, esempio contraddittorio di world-pop inflazionato dalle tendenze commerciali ma ancora legato da un filo quasi sotterraneo a quell’angolo di mondo chiamato Maghreb, e alla sua musica senza tempo. Ecco, di seguito, la scaletta completa del concerto:
Abdel khader
Sahra
N’ssi n’ssi
Lillah
Ouelli el darek
Bakta
Alech taadi
Kikounti
Walou
Didi
Aicha
La camelle
Mektoubi
 

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