"La Stampa" e "La Repubblica" dedicano ampio spazio a Francesco Guccini, pronto a partire in tour da Torino. A Flavio Brighenti del quotidiano romano il cantautore dice: «"Cosa vuoi mai, torno a fare qualche concerto in giro, non è poi un evento così straordinario", si schermisce. Invece il suo nuovo tour nei palasport, in partenza domani da Torino - tappe di febbraio: il 4 a Roma, il 12 a Bologna, il 19 a Milano, il 26 a Pordenone - suscita molto interesse. Perché il cantautore emiliano non pubblica un disco nuovo dal '96 (si chiamava "D'amore, di morte e di altre sciocchezze") e perché soprattutto, negli ultimi tempi, si concede sempre più sporadicamente al palcoscenico. "Mica perché voglio fare il prezioso, è soltanto una questione di scelte. Non ho più l'età né la voglia dei ritmi forsennati. Un concerto a settimana, questo è il mio equilibrio perfetto. E se poi succede, come mi è capitato nei mesi scorsi, d'essere invitato all'estero, tanto meglio. Così concilio il lavoro con il piacere della scoperta di città e persone diverse". (...)
Confessa però, il "vate di Pavana", che l'esercizio di scrivere canzoni gli risulta più ostile che in passato. "La vita cambia, e cambia la vita. Un tempo suonavo tutte le sere con gli amici, gli stimoli erano continui, c'erano tante cose da scoprire e svelare. Mi veniva un'idea e la trasformavo di getto in una canzone. Oggi sono molto più cauto, in quello che dico, e mi prendo più tempo per riflettere. Senza contare, poi, che non avrebbe alcun senso fare ‘La Locomotiva 2, la vendetta’".
Anche perché la prima (e unica) "Locomotiva" ha ancora il potere di trascinare verso Guccini il pubblico dei giovanissimi, che lo amano dello stesso amore che si concede a un "maestro di pensiero". "Calma, semmai sono un maestro tout court, nel senso di maestro elementare, il primo diploma che ho conseguito nella mia vita" scherza Guccini. "Sono semplicemente uno che pensa certe cose e le dice, e se poi c'è chi si riconosce in quello che canto tanto meglio. Ma non aspiro al mito. Anche se, lo confesso, mi fa enormemente piacere riconoscere un avvicendamento fra il mio pubblico. Dovessi cantare solo per i miei coetanei avrei già smesso da tempo. Piacere a nuclei familiari interi, invece, questo sì, mi gratifica: vuol dire che certe canzoni restano, non sono come fazzoletti di carta da buttar via".
I lutti recenti per la scomparsa di Battisti e De André lo hanno molto colpito, ma Guccini ha evitato qualsiasi commento pubblico. Perché? "Per rispetto, soprattutto. E poi di Battisti avrei potuto dire ben poco, perché non l'ho conosciuto e scriveva canzoni bellissime che appartenevano però a un filone diverso dal mio. Fabrizio, invece, l'ho conosciuto bene, l'ho frequentato. E poi eravamo coetanei, aveva appena tre mesi più di me, e praticamente abbiamo iniziato a fare questo mestiere nella stessa epoca. Nella mia testa è insieme agli amici che ci hanno salutato troppo presto, con Victor Sogliani dell' Equipe, Augusto Daolio, Bonvi. In quanto a me" aggiunge "spero di morire più tardi possibile, soprattutto perché più tardi sarà, più sarò dimenticato".»
Su "La Stampa", altra lunga intervista al cantautore. Ne riportiamo i passaggi più interessanti, sapendo di fare cosa gradita ai numerosi estimatori di Guccini.
Perché una tournée adesso?
"Preciso che non è un tour. Per tour s'intende uno che parte magari con disco da promuovere, e fa un lungo giro senza respiro. Io no. Disco o non disco, parto sempre in gennaio e vado avanti fino ad aprile con un concerto la settimana. Ci sono mille altre cose che mi piace fare".
Le sono nate nuove canzoni?
"Due che canterò in concerto, mentre una terza è ancora in gestazione. La prima si chiama ''Autunno'' ed è di un'allegria morbosa: l'autunno non può che suscitare certe impressioni, il passare delle stagioni e i cambiamenti che uno sente dentro".
E lei come cambia?
"Una volta dicevi 'io sarò’', adesso dici ‘io ero’; e mentre dicevi ‘faccio’, ora dici 'ricordo’".
A vederla e sentirla parlare e cantare, lei è gagliardo, spiritoso, sempre uguale.
"Ma quella è un'attitudine mentale".
E la seconda nuova canzone del concerto?
"S'intitola 'Inverno 1960', un blues: racconta di un inverno durante il quale uno va a ballare in quella balera, aspetta aspetta ma non succede niente".
Quando queste canzoni saranno raccolte in un nuovo disco?
Vive sempre nella sua Bologna?
"C'è molta confusione, sto meditando da tempo di tornarmene a Pàvana sull'Appennino: non è una fuga, ma il desiderio di essere rassicurato dalla natura che è lì a due passi invece che dal giardinetto di via Paolo Fabbri. Bologna è sempre più sporca, è risultata una delle città più inquinate d'Italia".
Riesce a seguire i bizantinismi delle ultime vicende politiche italiane?
"Mio Dio. No, è come se fossero tutti giocatori di poker, fra bluff e controbluff. Abbiamo avuto un attimo di serenità con Prodi e con l'Ulivo, ma è finito subito. E Bertinotti, poi, che ha fatto il gran rifiuto per poi ammettere che aveva fatto male. La gente si allontana dalla politica più che mai, e le canzoni non possono più raccontare questa realtà così confusa".
"Per l'ultimo libro, ''Un disco dei Platters'', hanno scomodato i medesimi, ma il riferimento è alla canzone del Quartetto Cetra. Il cinema è occasionale: dopo 'Radiofreccia', ho girato a Torino l'autunno scorso, vestito da operaio degli anni 60/70. Il film è ispirato a Horst Fantazzini, un bandito bolognese che tentò un'evasione a Fossano alla fine dei '70 e gli andò male. E' vivo e ancora dentro: un coetaneo, perché dev'essere del '39".
Il suo ruolo?
"Sono il padre del bandito e da vecchio anarchico mi arrabbio molto con lui: vanno bene le rapine, però i soldi debbono servire alla causa e non perdersi in auto e donne. Il bandito è Stefano Accorsi, lo stesso protagonista di 'Radiofreccia'; il regista Monteleone e il titolo dovrebbe essere 'Adesso è fatta'. Credo che esca fra poco, lasciando passare l'onda di film natalizi".
Lunedì sarà presentato a Milano il disco "Roba di Amilcare", un omaggio live al fondatore del Premio Tenco Rambaldi. C'è anche lei?
Confessa però, il "vate di Pavana", che l'esercizio di scrivere canzoni gli risulta più ostile che in passato. "La vita cambia, e cambia la vita. Un tempo suonavo tutte le sere con gli amici, gli stimoli erano continui, c'erano tante cose da scoprire e svelare. Mi veniva un'idea e la trasformavo di getto in una canzone. Oggi sono molto più cauto, in quello che dico, e mi prendo più tempo per riflettere. Senza contare, poi, che non avrebbe alcun senso fare ‘La Locomotiva 2, la vendetta’".
Anche perché la prima (e unica) "Locomotiva" ha ancora il potere di trascinare verso Guccini il pubblico dei giovanissimi, che lo amano dello stesso amore che si concede a un "maestro di pensiero". "Calma, semmai sono un maestro tout court, nel senso di maestro elementare, il primo diploma che ho conseguito nella mia vita" scherza Guccini. "Sono semplicemente uno che pensa certe cose e le dice, e se poi c'è chi si riconosce in quello che canto tanto meglio. Ma non aspiro al mito. Anche se, lo confesso, mi fa enormemente piacere riconoscere un avvicendamento fra il mio pubblico. Dovessi cantare solo per i miei coetanei avrei già smesso da tempo. Piacere a nuclei familiari interi, invece, questo sì, mi gratifica: vuol dire che certe canzoni restano, non sono come fazzoletti di carta da buttar via".
I lutti recenti per la scomparsa di Battisti e De André lo hanno molto colpito, ma Guccini ha evitato qualsiasi commento pubblico. Perché? "Per rispetto, soprattutto. E poi di Battisti avrei potuto dire ben poco, perché non l'ho conosciuto e scriveva canzoni bellissime che appartenevano però a un filone diverso dal mio. Fabrizio, invece, l'ho conosciuto bene, l'ho frequentato. E poi eravamo coetanei, aveva appena tre mesi più di me, e praticamente abbiamo iniziato a fare questo mestiere nella stessa epoca. Nella mia testa è insieme agli amici che ci hanno salutato troppo presto, con Victor Sogliani dell' Equipe, Augusto Daolio, Bonvi. In quanto a me" aggiunge "spero di morire più tardi possibile, soprattutto perché più tardi sarà, più sarò dimenticato".»
Su "La Stampa", altra lunga intervista al cantautore. Ne riportiamo i passaggi più interessanti, sapendo di fare cosa gradita ai numerosi estimatori di Guccini.
Perché una tournée adesso?
"Preciso che non è un tour. Per tour s'intende uno che parte magari con disco da promuovere, e fa un lungo giro senza respiro. Io no. Disco o non disco, parto sempre in gennaio e vado avanti fino ad aprile con un concerto la settimana. Ci sono mille altre cose che mi piace fare".
Le sono nate nuove canzoni?
"Due che canterò in concerto, mentre una terza è ancora in gestazione. La prima si chiama ''Autunno'' ed è di un'allegria morbosa: l'autunno non può che suscitare certe impressioni, il passare delle stagioni e i cambiamenti che uno sente dentro".
E lei come cambia?
"Una volta dicevi 'io sarò’', adesso dici ‘io ero’; e mentre dicevi ‘faccio’, ora dici 'ricordo’".
A vederla e sentirla parlare e cantare, lei è gagliardo, spiritoso, sempre uguale.
"Ma quella è un'attitudine mentale".
E la seconda nuova canzone del concerto?
"S'intitola 'Inverno 1960', un blues: racconta di un inverno durante il quale uno va a ballare in quella balera, aspetta aspetta ma non succede niente".
Quando queste canzoni saranno raccolte in un nuovo disco?
"Se va tutto bene, verso la fine dell'anno che poi sarebbe quasi il Duemila, e detto così fa impressione. Se me l'avessero detto, trent'anni fa, che avrei fatto un disco nel Duemila, mi sarei messo a ridere".
Vive sempre nella sua Bologna?
"C'è molta confusione, sto meditando da tempo di tornarmene a Pàvana sull'Appennino: non è una fuga, ma il desiderio di essere rassicurato dalla natura che è lì a due passi invece che dal giardinetto di via Paolo Fabbri. Bologna è sempre più sporca, è risultata una delle città più inquinate d'Italia".
Riesce a seguire i bizantinismi delle ultime vicende politiche italiane?
"Mio Dio. No, è come se fossero tutti giocatori di poker, fra bluff e controbluff. Abbiamo avuto un attimo di serenità con Prodi e con l'Ulivo, ma è finito subito. E Bertinotti, poi, che ha fatto il gran rifiuto per poi ammettere che aveva fatto male. La gente si allontana dalla politica più che mai, e le canzoni non possono più raccontare questa realtà così confusa".
E' ancora al lavoro con cinema e libri?
"Per l'ultimo libro, ''Un disco dei Platters'', hanno scomodato i medesimi, ma il riferimento è alla canzone del Quartetto Cetra. Il cinema è occasionale: dopo 'Radiofreccia', ho girato a Torino l'autunno scorso, vestito da operaio degli anni 60/70. Il film è ispirato a Horst Fantazzini, un bandito bolognese che tentò un'evasione a Fossano alla fine dei '70 e gli andò male. E' vivo e ancora dentro: un coetaneo, perché dev'essere del '39".
Il suo ruolo?
"Sono il padre del bandito e da vecchio anarchico mi arrabbio molto con lui: vanno bene le rapine, però i soldi debbono servire alla causa e non perdersi in auto e donne. Il bandito è Stefano Accorsi, lo stesso protagonista di 'Radiofreccia'; il regista Monteleone e il titolo dovrebbe essere 'Adesso è fatta'. Credo che esca fra poco, lasciando passare l'onda di film natalizi".
Lunedì sarà presentato a Milano il disco "Roba di Amilcare", un omaggio live al fondatore del Premio Tenco Rambaldi. C'è anche lei?
"Non sarò presente, ma di mio c'è 'Lontano Lontano' cantata da Tenco. E' una buona idea, per ricordare il personaggio"».
Schede:
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale