NEWS   |   Recensioni concerti / 29/07/2013

Concerti, Sigur Ros: la recensione del live di Ferrara

Concerti, Sigur Ros: la recensione del live di Ferrara

Una delle facoltà che innalza un grande artista al di sopra degli altri è la capacità di rinnovarsi. Ancor più encomiabile quando ciò accade senza incoerenze verso le opere che lo hanno portato al successo. Si costruirà così un percorso solido ma multiforme, riconoscibile ma sempre diverso. Soprattutto nella musica il coraggio di rischiare fa la differenza tra talento e semplice trovata commerciale. Certo è che se parliamo dei Sigur Rós, una sorta di coraggio è già presente a prescindere nel genere musicale proposto. C'è qualcosa di eroico nel successo mondiale di questo gruppo. La musica che portano in giro ormai in tutto il mondo non è affatto radiofonica, è impegnata, richiede dedizione, disponibilità, abbandono.
Eppure sono la band che chiude il Ferrara Sotto Le Stelle 2013, con un dichiaratissimo sold out, e nessuno si sorprende più.
Neppure del fatto che anche a Lucca sarà stracolmo, e mancano dall'Italia neanche da un semestre. Ma le cose in questo periodo sono cambiate e lo si capisce sin dall'inizio.
Gli undici componenti che costituiscono la numerosa formazione della band dal vivo, entrano con le note di “Yfirborð”: canzone perfetta come intro, delicata e in stile ultimi Sigur Rós, che però rivela già nel suo incedere qualcosa di differente. La batteria è più in evidenza nella ritmica rispetto al solito e nella seconda parte del brano entrano dei violenti inserti sonori in distorsione. Elementi che nella seconda canzone esplodono in tutto il loro vigore. Si tratta di “Brennisteinn” (tradotto: Zolfo), forse la canzone più programmatica di “Kveikur”, il nuovissimo album dei nostri, uscito con un solo anno di distanza dal precedente “Valtari”.
Il brano parte violento, i suoni distorti e l'uso di elettronica massiccia nelle basse frequenze, rendono perfettamente l'idea di un vulcano prossimo all'eruzione. L'effetto è quasi industrial. La voce eterea di Jónsi danza sopra la ritmica tellurica di basso e batteria. Chitarra e archi scaldano il suono glaciale dei piatti, sono come lava che si fa strada nel ghiaccio. L'impatto del brano è potente e si crea una sorta di bolla emotiva collettiva, che è forse la chiave di lettura più adatta per capire davvero il perchè dell'enorme successo di questo inimitabile gruppo islandese.
I loro concerti riescono a diventare una sorta di rituale sacro, si crea una catarsi silenziosa tra pubblico e palco. Bellissimi visual aiutano il coinvolgimento, e se il concerto è, come in questo caso, in posti particolarmente suggestivi, l'opera è completa e l'effetto unico.
Seguono sapientemente “*Glósóli”* e “Vaka”, due tra i brani più celebri dei nostri, che riportano l'atmosfera verso territori più delicati e conosciuti.
Sugli schermi le inconfondibili immagini dei loro videoclip, che hanno sicuramente del merito nel successo della band. Spesso sono stati girati da ricercati nomi del panorama registico internazionale, dalla famosa Floria Sigismondi al meno conosciuto John Cameron Mitchell.
Il concerto prosegue seguendo una scaletta particolarmente azzeccata, che non presenta cali di tensione ma si muove sapientemente tra atmosfere oniriche/ambient e momenti pìù tesi e cupi.
L'accoppiata “Saeglòpur” e “Svefn-g-englar” sono una certezza per accompagnare lunghi voli pindarici della mente, sospiri di trasporto si possono avvertire distintamente nella calca dei cinquemila presenti. Segue “Hrafntinna”, una delle tracce più pacate tra le nuove, e perfetta per introdurre “Varùo”, l'unica del penultimo lavoro “Valtari” a essere presente nella setlist di questa sera.
Tra il pubblico si accendono stelline artificiali e accendini. All'arrivo di “Hoppipolla” + “Meo Blodnasir” sembra che il concerto volga verso una chiusura con un rilassato lieto fine; Jónsi con un gesto delle mani chiama la partecipazione del pubblico, l'atmosfera è decisamente festaiola. Ci pensa “Kveikur”, l'omonima traccia dell'ultimo album, a tradire le aspettative e a stupire la platea. La voce è filtrata e disturbata, si alzano drammatiche quelle delle coriste ed i fiati partecipano a creare tensione. Il suono, che si spande accompagnato da luci strobo, è particolarmente metallico. E' pazzesco come riescano a disegnare completamente un altro scenario di volta in volta. Scenario che cambia ancora con “Festival”, l'ultima canzone prima dei bis.
Jónsi invece di essere stremato dal caldo (come sarebbe comprensibile visto il paese di provenienza ed il fatto che è vestito da capo a piedi) è particolarmente energico questa sera, incita ed invita spesso il pubblico a urlare insieme a lui.
Torna sul palco dopo una breve pausa e l'unica frase che dice rivolta direttamente al pubblico è che Ferrara è il loro posto preferito dove suonare (un po' piace sempre credere a queste frasi).
Chiudono il concerto le classiche (entrambe dal mitico album “Svigaplatan”, quello rappresentato dalle parentesi) “E-bow” e la solita, lunghissima, travolgente, incontenibile "Popplagið", una canzone che già da sola è capace di chiarire l'enorme portata emotiva che i Sigur Ròs son capaci di creare e trasferire in maniera inimitabile.

SetList:

1. Yfirborð
2. Brennisteinn
3. Glósóli
4. Vaka
5. Ísjaki
6. Sæglópur
7. Svefn-g-englar
8. Hrafntinna
9. Varúð
10. Hoppípolla + Með bloðnasir
11. Kveikur
12. Festival
13. E-bow
14. Popplagið

(Marco Danelli)

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