NEWS   |   Recensioni concerti / 16/07/2013

Concerti, Smashing Pumpkins: la recensione del live di Roma

Concerti, Smashing Pumpkins: la recensione del live di Roma

Quando si parla di Smashing Pumpkins, da qualche anno a questa parte il discorso sembra essere sempre lo stesso. A grandi linee, se ci fate caso, la faccenda suona così: vai a vedere gli Smashing Pumpkins dal vivo? Ma va? Ma degli Smashing Pumpkins è rimasto solo Billy che ha deciso di mantenere il nome così la gente viene a vederlo ai concerti; se facesse dischi e live semplicemente a nome Billy Corgan (cosa che, tra l’altro, ha fatto), arrivati dove siamo, probabilmente se lo filerebbero molti meno. Ora noi sappiamo bene che effettivamente degli Smashing Pumpkins di “una volta” è rimasto solo il nostro buon vecchio Billy, e che i tre nuovi compagni (l’immancabile bassista donna Nicole Fiorentino, l’imprescindibile chitarrista dai tratti vagamente asiatici che somiglia mostruosamente a un giovane John Cusack, Jeff Schroeder, e il batterista Mike Byrne, un ragazzo talentuoso che ha esattamente la metà degli anni di Billy) sono della partita da pochissimi anni. C’è però un “però” che va considerato. Billy non è mai stato un tipo facile. Già ai tempi di “Siamese dream” le cose con i compagni di allora non filavano lisce. Certo, erano una band, entravano in studio in quattro, a volte rimanevano solo in tre, e tiravano fuori dischi davvero stupendi, ma, a ben guardare, le dinamiche erano già le stesse: Billy scrive, gli altri fanno. E Billy, come ho già detto, non è un tipo facile. Chiedetelo a D’arcy. E’ sempre stato così, almeno finché degli Smashing Pumpkins non è rimasto più nulla. Parentesi solista, floppone, parentesi con gli Zwan, purtroppo di nuovo flop, e si ritorna in pista con il vecchio nome. Perché? Perché per come la vede Billy, lui è gli Smashing Pumpkins, e gli Smashing Pumpkins sono lui. Poco importa chi lo circonda.

A Roma è successa una cosa che poteva passare inosservata, ma che è tutto fuorché irrilevante. Va detta per giustificare questa noiosa premessa e, forse, per capire meglio un live come quello vissuto nella capitale. Per i primi dieci pezzi nessuno dice niente. I quattro salgono sul palco e lo show parte spedito. Poi, dopo “Pinwheels”, Billy prende la parola, saluta, ringrazia, scherza parecchio con il pubblico e introduce i membri del gruppo. Un momento molto divertente; Billy è un giocherellone e sembra di ottimo umore, abbastanza da scherzare con noi italiani “pizza e mandolino” che facciamo un sacco di gesti quando parliamo, e prendere per il culo Schroeder colpevole di essersi fatto una foto con il soldato romano davanti al Colosseo. Aizza la folla in onore di Nicole, che di cognome fa Fiorentino (e sfoggia una maglietta con stampato a chiare lette I love Rome) e ci ricorda che lui stesso è per un quarto siculo. Poi, quando arriva il momento di presentare “Oceania”, titletrack dell’ultimo album, ecco che Billy piazza il colpo di scena: “La prossima canzone viene dal mio ultimo album, ‘Oceania’, e s’intitola, appunto, ‘Oceania’”. Ecco: “Oceania” è il suo album. Basta litigi, niente più segreti di Pulcinella. Era ora di mettere le cose in chiaro, e quale momento migliore che nel bel mezzo di un live? Billy è gli Smashing Pumpkins, e gli Smashing Pumpkins sono lui. A Roma ne abbiamo avuto la prova tangibile, non solo perché ce l’ha detto lui stesso, ma perché quello che abbiamo visto ce lo conferma in pieno.

Causa trasporti (rivedibili quantomeno) perdo i Beware of Darkness e arrivo in tempo, intorno alle otto e quindici, per veder salire sul palco Mark Lanegan.

Mark è abituato ormai a fare da gruppo spalla (l’anno scorso dalle nostre parti è toccato ai Sigur Ros). La cosa non lo tange più di tanto: lui sale, prende il microfono, spalanca una porta sull’inferno e, passati quaranta minuti, la richiude come se non fosse successo nulla. Inossidabile, luciferino, plumbeo. Mark Lanegan è un capolavoro ambulante, un monumento ad un momento storico che ormai sembra lontano, e di cui lui è rimasto uno dei pochissimi sopravvissuti. A Roma porta undici pezzi, la maggior parte presi da “Blues funeral”, ormai perfettamente rodati. Chi lo conosce sa che da lui non ci si deve aspettare un comizio, e la calda serata romana non fa eccezione. Salvo nel finale, quando ci scappa un “grazie” e, udite udite, “godetevi lo spettacolo con i fantastici Smashing Pumpkins”. Se lo dice Mark Lanegan, io ci credo.



Billy prende quindi il palco alle nove e trentacinque. Sound pulito, volume tirato a lucido e band che attacca senza andare troppo per il sottile. “Quasar” e “Panopticon” arrivano belle pesanti, niente di trascendentale, ma sanno difendersi abbastanza bene. Certamente meglio di “Starz”, un pezzo che funzionava poco già su disco e che dal vivo non riesce mai fino in fondo a esplodere nella giusta maniera; un difetto congenito che già lo scorso tour aveva messo in risalto. Niente a che vedere con “Rocket”. Gran pezzo “Rocket”. Così com’è un gran pezzo “Space oddity” di Bowie, senza dubbio una cover azzeccata; un messaggio diretto allo spaceboy che cammina sulla luna. Una luna che nel frattempo si è fatta alta nel cielo di Roma e incornicia la violenza di “W.Y.U”, facendosi spazio nel polverone che si sta alzando dalle prime file. E’ in questa atmosfera che arriva “Disarm”, uno dei pezzi anni Novanta per eccellenza, quelli che adesso nessuno, chissà poi perché, vuole più scrivere. Un pezzo che invece nessuno riuscirà mai più a scrivere è “Tonight tonight”. Basta sentire l’attacco, vedere il video culto che passa sui monitor di fondo; basta l’arpeggio di chitarra… Billy è stato capace di dar vita “Tonight tonight”, un pezzo di una bellezza immortale. L’impossibile che diventa possibile: qualsiasi cosa arrivi dopo è inevitabilmente destinata a pagare un duro prezzo. Non a caso tocca alla coppia “Pinwheels” / “Oceania”, intervallata dal siparietto di cui si è già ampiamente parlato. E’ in questo clima di saliscendi, un po’ il leitmotiv della serata, che il set prosegue entrando nella parte più bella (e violenta, sia emotivamente che fisicamente): “Thirty-three”, capolavoro e vera chicca di turno, “Ava adore”, elegante, “Bullet with the butterfly wings”, letale. Poi di nuovo tutti a riprendere fiato con “One diamond, one heart” e “Pale horse”, pezzi che la nuova band sente più suoi, ma che, nei fatti, rappresentano momenti di passaggio tra un picco e l’altro. Perché poi arrivano “Today”, “Zero” e “Stand inside your love”, e davvero la mente galoppa; facile ricordarsi del perché ci siamo tanto amati. Il main set termina poi senza intoppi con “United States”, un pezzo burbero della durata eccessiva che funziona meglio come sfogo fisico per Billy che come chiusura ideale per noi. Poco importa. La pausa è breve e il rientro conta tre pezzi, “I am one”, “Siva” (in cui arriva a fare capolino uno stralcio di “Breathe dei Pink Floyd) e “Rhinoceros”, pescati tutti e tre dal “Gish”. Un bel tributo all’album di debutto che forse funzionerebbe meglio se piazzato a metà del set, piuttosto che in coda, quando la gente ha bisogno del Finale. Fortunatamente la serata è quella giusta e la cronaca si arricchisce di un secondo rientro da mettere agli atti. Questa volta tocca a “Immigrant song” dei Led Zeppelin, seconda cover della serata - riuscita? Se uno la sente su Youtube non è poi quel chissà cosa. Dal vivo invece ha il suo perché - seguita a ruota da “Cherub rock”, che abbassa la saracinesca, finalmente, con il pathos giusto.

Nicole, Jeff e Mike guadagnano il backstage abbastanza in fretta dopo aver salutato la bella platea romana. Billy invece rimane ancora un po’, giusto il tempo di prendersi i quintali di affetto che stanno arrivando dal suo pubblico. Perché se siamo venuti in tanti, è perché volevamo sentire i suoi pezzi (e ragazzi, che pezzi…), la sua voce. Volevamo sentire lui: gli Smashing Pumpkins.



(Marco Jeannin)

 


 

 

SETLIST SMASHING PUMPKINS

 

“Quasar”

 

“Panopticon

 

“Starz”

 

“Rocket”

 

“Space Oddity”

 

“X.Y.U.”

 

“Disarm”

 

“Tonite reprise”

 

“Tonight, tonight”

 

“Pinwheels”

 

“Oceania”

 

“Thirty-Three”

 

“Ava adore”

 

“Bullet with butterfly wings”

 

“One diamond, one heart”

 

“Pale horse”

 

“Today”

 

“Zero”

 

“Stand inside your love”

 

“United States”


 

ENCORE

 

“I am one”

 

“Siva”

 

“Rhinoceros”


 

ENCORE 2<

 

“Immigrant song”

 

“Cherub rock”

 

 


 

SETLIST MARK LANEGAN

 

“The gravedigger's song”

 

“Sleep with me”

 

“Hit the city”

 

“Gray goes black”

 

“One way street”

 

“Black rose way”

 

“Devil in my mind”

 

“Creeping coastline of lights”

 

“Phantasmagoria blues”

 

“Harborview hospital”

 

“Methamphetamine blues”

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