Concerti, John Legend: la recensione del live di Milano

Concerti, John Legend: la recensione del live di Milano

 

In questa ricca estate di live in Italia, la musica black, come al solito, latita. Leggenda vuole che gli incassi per i promoter siano sempre insoddisfacenti, anche quando sul palco si esibiscono artisti dai nomi altisonanti. Le eccezioni di presenza black, almeno a Milano, sono scarse e tutte concentrate nel ricco cartellone di Alfa Romeo City Sound all'Ippodromo milanese.

Ieri era la volta di John Legend (e sabato dei Wu Tang Clan) e in effetti il pubblico non era quello delle grande occasioni – 1500/2000 presenze, ad occhio.

Il trentacinquenne di Springfield è un artista dalla doppia anima. Nasce come autore e cantante di soul moderno, elegante e sofisticato, ballad e pezzi r&b mid-tempo, particolarmente graditi dal pubblico femminile, che è quello che gli ha permesso di vincere ben nove Grammys. E poi c'è il John Legend un po' più sporco, interprete del black soul funk anni 70 e del r&b di grana grossa e che è emerso nel 2010 con quel strepitoso “Wake up” inciso insieme ai The Roots, lasciando a bocca aperta la critica di mezzo mondo, ma che evidentemente non ha riscosso il successo sperato.
 

 

Nel tour che ha portato a Milano, John Legend promuove il disco “Love in the future”, in uscita il prossimo settembre, e nel concerto propone alcuni nuovi pezzi. E, a quanto abbiamo ascoltato ieri, è decisamente un ritorno alle origini: quindi r&b dolce e morbido, di larga presa, buono per i neri che sognano di essere bianchi e, quindi, anche dai bianchi. Il concerto quindi si basa tutto su questo registro, dove il John Legend più piacione e ammiccante riesce a dare il meglio di sé.

Purtroppo il suono esce fuori ovattato, la band che accompagna Legend (tasiere, chitarra, basso, batteria più due coriste) fa un lavoro di ordinaria amministrazione e le canzoni tendono a standardizzarsi e ad assomigliarsi un po' tutte, anche il bel pezzo composto per “Django Unchained” dal vivo perde quella patina grezza che lo caratterizzava.

C'è da dire che John Legend canta divinamente, la sua voce è pulita, perfetta e si presta perfettamente per le ballad un po' zuccherose sia per i pezzi soul più di sostanza, senza ricorre all'odioso birignao tanto di moda nella black music.

Le cose più belle del concerto arrivano dalle cover, dalla meravigliosa “I want you (She's so heavy)” epocale canzone dei Beatles di Abbey Road, dove finalmente si è vista la band risvegliarsi dal torpore alla classica “Wake up Everybody” di Harlod Melvin & the Blue Notes. Da segnalare un omaggio a Springsteen con Dancing in the Dark e poi una emozionante versione di “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel, per le quali Legend si è accompagnato al pianoforte dimostrando di essere un grande performer.

Il set dalla durata di 1 ora e 40 minuti si chiude con la bellissima Ordinary People eseguita magistralmente anche questa da solo al pianoforte e da “Stay With you” tratta dal suo disco d'esordio. Il pubblico all'uscita però sembrava contento.

 

 

 

(Michele Boroni)


 

 

 

SETLIST

 

Used to love U

 

Made to love

 

Tonight

 

Who did that to you

 

Alright / I've been watching you

 

Dancing in the dark

 

Dance the pain away

 

The beginning

 

Let's get lifted

 

Number 1

 

Wake up

 

Slow dance

 

PDA

 

Save Room

 

Good morning

 

I can change / I want you

 

Everybody knows

 

Bridge over troubled water

 

All of me

 

Who do you think you are

 

So high

 

Green Light

 

 

Ordinary people

 

Stay with you

 

 

 

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