Greetings from Asbury Park. Ode a Clarence Clemons

Greetings from Asbury Park. Ode a Clarence Clemons

di Ermanno Labianca

Diretto a Buffalo, con un volo trovato all'ultimo momento, costretto a interminabili attese negli aeroporti di Amsterdam e Cleveland, sapevo di essere in viaggio verso il mio ultimo concerto di Bruce Springsteen & the E Street Band del 2009, ma non verso l'ultima esibizione pubblica, in tour, di Clarence Clemons accanto a Bruce Springsteen. L'ultimo di duecento e più concerti dei miei performer preferiti riveste oggi un'importanza enorme nel mio piccolo archivio, nella mia memoria rock'n'roll carica di un numero inestimabile di ricordi.

Il gelo che mi avvolgeva mentre in quel 22 novembre del 2009 raggiungevo la mia stanza d'hotel in Delaware Avenue, è lo stesso che mi assale ora alla notizia della morte di Big Man, Clarence Clemons. Devo a lui, anche a lui, una vita all'inseguimento della musica che ho amato e che sempre amerò. Devo a lui la scoperta dei dischi di Junior Walker, uno dei sassofonisti della Tamla Motown che lo hanno influenzato. Devo a lui quella gioia che ti si aggrappa alle spalle e non ti lascia più quando partono le note felici e potenti del suo sax nel repertorio più brillante ed energico di Bruce Springsteen. E devo a lui anche quella ritemprante mistura di malinconia e speranza che ti si insinua nella pancia quando a suonare sono quelle lunghe, dense melodie a tutto fiato che rendono Jungleland e Drive All Night canzoni con cui struggersi, piangere, sperare, reagire, gioire, vivere.

Quella sera, alla HSBC Arena sistemata a ridosso della Buffalo Skyway, non è andato in scena un concerto come tanti della E Street Band. Quella sera è successo qualcosa di speciale, come è giusto che sia nelle date che il Dio del Rock'n'Roll decide di vergare con un tratto diverso sul grande calendario della musica. Quella sera c'era in sala Mike Appel, l'uomo che battendosi con ogni sua energia era riuscito a fare incidere Springsteen per la Columbia e gli aveva prodotto i primi due album prima di lasciare il passo al più scaltro e cinico Landau e all'album Born To Run (non prima di aver lasciato in dote la canzone Born To Run, da lui costruita in studio insieme a Bruce quando pareva che un terzo disco fosse un lusso per il giovane Springsteen). Quella sera c'era un bel concentrato dei fan del Boss, anche perchè era l'ultima data del tour di Working On A Dream, la classica occasione in cui ci si saluta e domani chissà. Appunto, domani chissà.

Quella sera – sera in cui ho rivisto live, trentacinque anni dopo, la foto di copertina di "Born to Run" - sono finite in scaletta le canzoni e le esecuzioni di Springsteen che per mille motivi mi porterei su un'isola deserta: “The ties that bind” che apriva “The river”, “Restless nights” che ne era rimasta fuori e che dal vivo costituisce una rarità, le carole natalizie in salsa E Street Band con un tocco di Phil Spector... (“Merry Christmas baby”, “Santa Claus is coming to town”), il possente blues di “Boom boom” a ricordarmi i glory days del tour di “Tunnel of love”, “Long walk home” che considero uno dei punti più alti dello Springsteen anni Duemila, “Green onions” perchè quel singolo di Booker T. And the MG's ha fatto epoca e il suo organo ha preso a frullare nella mia testa di ragazzino delle scuole medie al suo primo viaggio americano. E poi l'opportuna “I don't wanna hang up my rock'n'roll shoes”, primizia assoluta raccolta da Springsteen quasi per caso grazie a uno dei tanti cartelli esposti dai fans.
E ancora, “Higher & higher” perchè quel pezzo di Jackie Wilson me l'ero mangiato sui bootleg del '77 della E Street Band sognando di esserci un giorno mentre la cosa succedeva ancora. Infine “I'll work for your love” perchè è nuova ma puzza di vecchia E Street e legata a “Thunder road” ci sta che è una meraviglia.
Ora riguardo la scaletta e mi accorgo che c'era anche “Tenth Avenue freeze-out”, che vuol dire Clarence Clemons almeno quanto “Jungleland”.
Tutto perfetto? Si. E sarebbe già bastato questo groviglio di emozioni.

Ma io ero partito perchè per quella notte speciale, solo quella, Bruce si era messo in testa, annunciandolo una manciata di giorni prima (ecco spiegate le peripezie per raggiungere la East Coast americana), di suonare per intero, seguendo la scaletta della copertina, il suo primo album “Greetings From Asbury Park” del 1973, quello dei provini acustici per John Hammond, delle corse pazze in autobus da Asbury Park a New York City per firmare il primo contratto e per registrare i primi pezzi un po' a nord di Manhattan. Proprio quelle nove canzoni che avrebbero acceso la miccia, che sarebbero state un detonatore nelle nostre vite, che si sarebbero fatte sipario per una galoppata rock'n'roll davvero inebriante, ricca di scivolate e baci in bocca sul palco tra Bruce Springsteen e Clarence Clemons. Il rock'n'roll bianco e il rhythm'n'blues nero che si sfiorano le labbra, due razze che sono una sola, la gioia di quei due, la gioia di tutti noi.

Blinded By the Light, Growin' Up, Mary Queen of Arkansas, Does This Bus Stop at 82nd Street?, Lost in the Flood, The Angel, For You, Spirit in the Night, It's Hard to Be a Saint in the City tutte insieme Springsteen non le aveva cantate mai e mai più le canterà. Molte cose non accadranno mai più. Ora non ho la forza di immaginarle e contarle quelle cose e di preoccuparmi di quello che il futuro porterà. Penso solo al passato, come mi capita spesso di fare, e a tutto il bello che ha saputo offrirmi. Penso a quella sera a Buffalo, quando entrando nella mia stanza d'hotel notai che una mia amica mi aveva fatto trovare lì, in segno di benvenuto e come buon auspicio per la serata, una vecchia copia in vinile di “Greetings from Asbury Park, NJ” e una foto di Springsteen e Clemons insieme sul palco. Penso al sudore di Clarence Clemons, al suo sassofono scintillante, a quanto sia bello che la sua anima più pop (quella presente in Dancing In The Dark, in Pink Cadillac, nella festosa You're a Friend Of Mine di Jackson Browne e nella gioiosa Freeway Of Love di Aretha Franklin) suoni oggi, ancora, contemporanea e vivace, nel nuovissimo video The Edge Of Glory di Lady Gaga che corre per MTV, background di mattoni newyorchesi e i 265 pounds di Big Man inclusi.

E così, magicamente, il tepore del vecchio soul attraversa il mondo moderno e corre nel futuro, destinato all'eternità.
Addio Big Man. Addio King Of The Universe. Addio Clarence.
Il vento che usciva dai tuoi polmoni sarà sempre dentro di me. Nel tuo fodero, insieme a quel pezzo di ferro che in molti lassù ti chiederanno di suonare, ti stai portando via un consistente pezzo della mia vita. Lo scrivo e lo sottoscrivo senza alcun timore di inciampare nella retorica perchè é tutto assolutamente vero, come vere sono la tua preziosa esistenza e purtroppo la tua morte.

Non fermarlo mai quel vento. Ancora una volta, come ti urlava in faccia Bruce, "blow, Big Man, blow!"

Ermanno Labianca
18 giugno 2011
Scritto nel giorno della morte di Clarence Clemons e successivamente pubblicato nel 2012 nel mio libro "SPARE PARTS – Springsteen: testi commentati 1973-2012".
Per gentile concessione di Arcana Libri.

 

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