Mark Knopfler: 'Sono uno qualunque, ma con le parole ci so fare'

Mark Knopfler: 'Sono uno qualunque, ma con le parole ci so fare'
Mark Knopfler è la modestia fatta persona. L’incarnazione perfetta dell’understatement, l’immagine ideale dell’ “ordinary man”, dell’uomo qualunque. Tanto più oggi che canizie e calvizie rendono ancora più anonimo il suo volto da inglese educato e di buone letture.
Ti passa di fianco e neanche te ne accorgi, confuso tra i giornalisti e gli addetti stampa che gli si affaccendano intorno. Knopfler è a Milano per presentare il nuovo album solista in uscita domani (27 settembre), “The ragpicker’s dream”. Ha gli occhi stropicciati, forse per il sonno arretrato, e le sue risposte sono succinte, apparentemente casuali ma metodicamente finalizzate a smontare ogni pezzo residuo del Mito che i Dire Straits sono stati, in tempi ormai lontani, anche da queste parti.
Sei un grande chitarrista, gli dice qualcuno. “Chi, io? Ho sempre fatto tutto nel modo sbagliato, con la chitarra. Ed è da lì che è venuto fuori il mio stile. La Musica è una cosa grande, e al suo cospetto ci si sente minuscoli. Vorrei tanto avere il tempo di mettermi lì ad imparare il manuale di John Knowles, il maestro di chitarra di Chet Atkins: a lui, al grande Chet, ho dedicato 'Daddy's gone to Knoxville' ”. Svicola le domande sui grandi temi d’attualità, come il clima prebellico che aleggia sulle nostre teste: “Leggo i giornali, come tutti, e mi faccio le mie opinioni. Mi sembra che dovremmo guardare di più alla storia, per non ripetere sempre gli stessi errori. Ma la politica è una cosa complicata: troppo complicata, per un musicista”.
Taglia corto sui motivi della sua passione per la cultura e l’epopea nordamericana, evidentissime anche nelle nuove canzoni. “Arriva tutto dalla radio, dai musical di Hollywood: ascoltavo quelle canzoni da bambino e mi sono rimaste in testa, tutto lì. Ma poi mi ricordo di essere nato altrove: anch’io, come i grandi scrittori americani, ho raccontato del mio viaggio verso Sud. Solo che nel mio caso si trattava di andare da Newcastle a Londra”.
Dalla band che gli ha dato il successo continua a prendere serenamente le distanze. “Abbiamo fatto quattro concerti per beneficenza, un paio di settimane fa, e mi sono molto divertito. Ma è come visitare una città in cui non vuoi restare per tutta la vita. Il fatto è che con i Dire Straits era diventato tutto abnorme: il palco, le luci, persino il catering. E intorno a me lavorava gente che neanche conoscevo più”.
Accetta i complimenti solo quando qualcuno loda la qualità dei suoi testi. “E’ vero, in tante altre cose non me la cavo un gran che ma con le parole ci so fare. E per me hanno un fascino particolare: mi piace prendere le cose che sento dire alla gente intorno a me e rimescolarle a modo mio”. Ma poi sdrammatizza subito: “Avete ragione, sono proprio bravo: ci vuole del talento per scrivere un refrain come ‘Why aye man/why aye/why aye man…” (è il pezzo di apertura del nuovo album). Scherzi a parte: la canzone è una cosa diversa dalla prosa e dalla poesia, sta in un mondo tutto suo….”
Del disco parla volentieri, dilungandosi su qualche dettaglio in più: “Se c’è un tema unitario, è quello della dignità umana, un argomento che oggi mi sta particolarmente a cuore. Quella dignità che le persone perdono quando partecipano a reality show come quello di Jerry Springer: mi ricordano i freak shows di cui parlo in ‘Devil baby’, i fenomeni da baraccone che mi affascinavano quand’ero piccolo. E’ una delle tante immagini del passato che mi porto dietro, come quella che intitola l’album, il raccoglitore di stracci: mi fa venire in mente i muratori di una volta, con le loro borse”. Knopfler si sente parte della working class, dunque? “No, provengo da una famiglia borghese. Ma ho fatto i lavori più umili, dal dare sepoltura alle pecore al tagliare le corna ai buoi, e so cosa vuol dire dover sgobbare per vivere”.
Le chitarre acustiche prevalgono su quelle elettriche, in quella canzone e nell’album tutto. “E’ un fatto casuale: la Martin mi ha costruito una chitarra, e le canzoni sono nate strimpellandola. Dal vivo suonerò anche l’elettrica, naturalmente. Sul palco mi piace ancora far rumore”. Se ne parlerà la primavera prossima, quando il suo nuovo tour mondiale prenderà il via, probabilmente, dall’Europa.
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