Tatu, tivù e tabù

Tatu, tivù e tabù
Mi piacerebbe poter scrivere che era tutto calcolato, che il clamore mediatico suscitato dall'esibizione delle Tatu al Festivalbar è frutto di un'attenta strategia di marketing e di un abile lavoro di promozione. Ma così non è. Certo, ha fatto benissimo la Universal a proporre/imporre la partecipazione delle Tatu alla finale veronese della manifestazione estiva; ma è evidente che il botto “scandalistico” suscitato dal tanto chiacchierato bacio “lesbico” fra le due ragazze russe non è né guidato né controllato né tantomeno (per ora) efficacemente sfruttato dall'etichetta discografica che - non per merito proprio, per quanto riguarda la filiale italiana - si è trovata in casa il fenomeno del giorno.
Basta frugare nell'archivio di Rockol per scoprire che le prime segnalazioni riguardanti le Tatu risalgono a più di un anno fa (ed era stato il “Corriere della Sera” a fornirle). Nel luglio scorso, “Stampa” e “Messaggero” includevano le Tatu in uno dei soliti elenchi delle “lolite del pop”. Ancora il “Corriere” informava, con un ampio servizio uscito alla vigilia della finale, della presenza delle Tatu a Verona: ed è stato senz'altro questo articolo a far montare la curiosità della stampa e dei media. Ma, a quanto risulta a Rockol, l'informazione era stata fornita genericamente, parecchi giorni prima, a diversi quotidiani, e solo il “Corriere” ne ha colto e sfruttato le potenzialità.
Sono seguiti il bacio sul palcoscenico, il ridicolo tira-e-molla di Mediaset sull'opportunità di trasmetterlo in televisione (prima no, poi sì ma in tarda serata) e l'altrettanto ridicolo balletto di comunicati e smentite - anche qui, in prima linea il “Corriere”, che ha dato lunedì 9 notizia dell'autocensura, e ieri (mercoledì 11) è tornato sul tema informando che la scena verrà invece trasmessa, come informa un risibile comunicato apparso sul sito del Festivalbar, e che qui riportiamo per intero:
“Niente censura per le T.A.T.U. - Andrea Salvetti smentisce la notizia trapelata in questi giorni di un possibile taglio del bacio tra Julia e Lena, in arte T.A.T.U, sul palco del Festivalbar a Verona. L'esibizione delle ragazze, con relativo bacio, è stata semplicemente spostata più avanti in scaletta per tutelare il pubblico più giovane. La notizia della censura, data dal Corriere Della Sera, da Studio Aperto e ripresa sul sito ufficiale delle T.A.T.U. era stata divulgata da non precisate fonti Mediaset. Andrea Salvetti non ha mai avuto intenzione di censurare il bacio che si potrà vedere per quattro secondi in primo piano e per quattro in campo lungo, per la durata complessiva di otto secondi così come lo ha visto il pubblico dell'Arena di Verona sabato sera durante la registrazione della puntata. Da precisare anche che il bacio non è durato 30 secondi come scritto dai giornali, ma molto meno come potrete constatare giovedì sera guardando la serata finale di Festivalbar 2002”.
Ci sarebbe molto da dire, sui contenuti di questo comunicato. L'ipocrisia dell'espressione “è stata semplicemente spostata più avanti in scaletta per tutelare il pubblico più giovane” fa a pugni con la minuziosa, maliziosa precisione della frase che segue: “il bacio (...) si potrà vedere per quattro secondi in primo piano e per quattro in campo lungo, per la durata complessiva di otto secondi così come lo ha visto il pubblico dell'Arena di Verona sabato sera durante la registrazione della puntata” (perché quello non era “pubblico giovane”, vero?).
Ma non è questo il tema del mio intervento. Che invece riguarda altre questioni. Ad esempio, la becera grossolanità con la quale una stampa disinformata si accontenta di usare parole come “lesbico” (o, più finemente, “saffico”) pur senza essersi presa la briga di raccogliere informazioni più accurate sulle Tatu. Ad esempio, l'ottusa cecità con la quale certe associazioni (l'Arcigay, tanto per non fare nomi) si precipitano a cercare visibilità di risulta sprecando parolone del tutto fuori luogo (“la censura sarebbe un insulto ai sentimenti dei giovani omosessuali”: ma per favore!). Ad esempio, l'assoluta insipienza di quanti (e sono già tanti, e lo saranno ancora di più nei prossimi giorni, vedrete) si produrranno in commenti improvvisati, senza nemmeno aver mai visto il video o letto il testo di “All the things she said”.
Perché il “progetto Tatu” è molto più sottile e intelligente e raffinato di quanto possa esprimere la definizione “due minorenni lesbiche che si baciano”. Perché l'intervento nel progetto di un genio della produzione (non solo musicale) come Trevor Horn lo ha spostato su un livello notevolmente più elevato, non solo dal punto di vista artistico ma anche dal punto di vista delle suggestioni e delle evocazioni. Perché la citazione evidente, nell'immagine delle due ragazze, delle uniformi scolastiche britanniche rimanda non soltanto a riflessioni sociali e psicologiche sulle relazioni affettive che si sviluppano nel microcosmo del college (spesso indagate dalla letteratura e dal cinema) ma anche, con una efficacissima contrapposizione alto/basso, al fenomeno esplosivo della “school disco” che sta mettendo a soqquadro da due anni la club scene in Gran Bretagna.
Il punto è, purtroppo, che di queste cose nessuno sa niente,o quasi. Né chi ne scrive e ne parla, né chi si sforza di farne scrivere o parlare. Così le Tatu diventeranno (da noi, almeno) un altro fuoco d'artificio mediatico, del quale ci ricorderemo solo l'aspetto superficiale e non approfondiremo mai il significato (scusate la parola) culturale. E l'Italia riconfermerà di essere un Paese non solo pronto ad inghiottire acriticamente ogni “moda” importata da un estero qualsiasi, ma anche un Paese incapace di inventare, creare, produrre “provocazioni” artistiche/culturali in grado di generare riflessioni, emozioni e (il che non guasterebbe) rientri economici.
(Franco Zanetti)
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