Il Boss dal vivo a Los Angeles: le impressioni di Rockol

Il Boss dal vivo a Los Angeles: le impressioni di Rockol
"E' ora di smettere". "No, è l'ora del Boss".

La pantomima che Bruce e Steve Van Zandt inscenano nel bel mezzo di "Ramrod" il culmine del party per cui molti si sono dati appuntamento sabato sera, 24 agosto, al Forum di Inglewood (Los Angeles), vecchio tempio dei Lakers di Magic Johnson e sede di una delle date inaugurali del tour di "The rising".

Alle sue ultime canzoni Springsteen ci tiene molto, e si sente, ma altrettanto gli preme non deludere le attese dei fan, venuti qui anche e soprattutto per far festa. E allora via con le arrampicate sul pianoforte di Roy Bittan, alle occhiate complici e alle sceneggiate con Miami Steve, agli sculettamenti in compagnia di "Big Man" Clarence Clemons, immagine imponente della potenza di fuoco dei dieci musicisti che occupano il palco. .


E' il momento di "Thunder road" e di "Born to run", delle nostalgie romantiche di "Bobby Jean", del bullismo rock'n'roll di "Ramrod" e di una "Dancing in the dark" dove, stavolta, le chitarre si sentono più delle tastiere.

Cambia di colpo il mood della serata, dopo che il pubblico ha dovuto aspettare la scanzonata "Waitin' on a sunny day" per lanciarsi nel primo, liberatorio, singalong della serata.

Perché "The rising", che intitola il nuovo disco e apre simbolicamente lo show, è come sempre questione di spirito ma anche di carne, di anima (e se ne sente molta, in queste due ore e mezza) ma anche di "fun", divertimento e buone vibrazioni. Per il Boss è la ricetta migliore per guarire le ferite di un 11 settembre aleggiante ma mai evocato esplicitamente, se non nel rapido cenno di omaggio che Springsteen concede alla (unica) bandiera a stelle e strisce appesa alle sue spalle da un fan. Bruce ci tiene ad eludere la retorica anche quando, prima di accendere la miccia ad una "Born in the USA" muscolare come ai vecchi tempi invita i cittadini di LA a non dimenticarsi di chi muore di fame. Ed ecco allora la faccia oscura del sogno americano, le pallottole assassine di "American skin" e l'altrove di "Worlds apart", le cui contaminazioni mediorientali (accolte con una certa freddezza.) contagiano anche una "The fuse" che concede - colpevolmente - a Nils Lofgren una delle poche occasioni di ribalta della serata (Bruce e persino Van Zandt gli rubano gran parte degli assoli). Più spesso salgono al proscenio i delicati controcanti di Patti Scialfa e il violino spettrale di Soozie Tyrrel, ormai una E-streeter a pieno titolo grazie al ruolo che il suo strumento gioca nella costruzione delle nuove canzoni. Il concerto serve a recuperare ad alcune di esse una dimensione folk e quasi rurale che la scintillante produzione rock di Brendan O'Brien in studio aveva spesso celato. Così l'arrangiamento spartano regala a "Empty sky" i toni di una ballata rurale dei Monti Appalachi, mentre la commovente "You're missing" fa svettare il pianismo elegante di Bittan e i caldi timbri dell'organo di Danny Federici; mentre "Into the fire", che chiude il set prima dei bis su un registro volutamente intimista, nel ricordo degli eroici pompieri di New York, fa finalmente vibrare i presenti come gli "oldies" più amati (qualcuno, sugli spalti, piange sommessamente). .


Che la Tyrrel scompaia quando tocca alle cavalcate arrembanti di "Badlands" e "Promised land", veementi come sempre, è il segno che tra l'una e l'altra anima del concerto c'è ancora uno scarto umorale da colmare, un ponte da costruire. Ci sarà tempo e modo, man mano che vecchie ruggini lasceranno il posto agli automatismi collaudati della miglior band del rock and roll. Intanto, a dare senso compiuto alla performance provvede l'epilogo dello show: "My city of ruins", che Bruce introduce da solo al pianoforte, è una delle sue più toccanti canzoni di sempre, una delle tante preghiere accorate in chiave gospel- rock che punteggiano i momenti clou della serata. E apre il cuore il richiamo all'immortale "People get ready" nella coda di "Land of hope and dreams". "Non hai bisogno del biglietto, devi solo salire a bordo", recitano le parole dell'immortale inno degli Impressions di Curtis Mayfield. Al di la' delle facili ironie (il biglietto è necessario, e costa pure salato: 75 dollari negli USA) non ci sono dubbi neanche stavolta. Vale la pena di salire sul treno del Boss. E dio sa quanto tutti noi abbiamo bisogno della sua terra di sogni e promesse.
(Alfredo Marziano)


Set List:
"The rising"
"Lonesome day"
"Prove it all night"
"The fuse"
"Atlantic City"
"Empty sky"
"You're missing"
"Waitin' on a sunny day"
"Promised land"
"Worlds apart"
"Badlands"
"Bobby Jean"
"Mary's place"
"Counting on a miracle"
"Thunder road"
"American skin (41 shots)"
"Into the fire"
"Dancing in the dark"
"Ramrod"
"Born to run"
"My city of ruins"
"Born in the USA"
"Land of hope and dreams"
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