Jon Bon Jovi racconta 'What about now': intervista e video

Jon Bon Jovi racconta 'What about now': intervista e video

È un Jon Bon Jovi rilassato, amichevole, ma serio e concentrato, quello che a Milano - nel pomeriggio di domenica 27 gennaio - ha incontrato una rappresentanza di giornalisti di varie testate per parlare del nuovo album dei Bon Jovi “What about now”, in uscita il prossimo 26 marzo e anticipato dal singolo “Because we can”.

I Bon Jovi, peraltro, hanno incluso anche una tappa italiana nel tour promozionale che toccherà l’Europa: sono attesi a Milano, allo stadio San Siro, il 26 giugno. E si può tranquillamente dire che l’Italia abbia lasciato una traccia indelebile in Jon, che lo scorso anno ha suonato a Udine un concerto che ancora adesso suscita in lui un ricordo emozionante. “A Udine è stato fantastico, sono stato totalmente sorpreso”, ha raccontato. “Quando un'intera folla si mette a sbandierare e a scandire 'Bon Jovi' ad alta voce... be’, non avevo mai visto niente di simile nella mia vita. Abbiamo fatto delle foto e mi ricordo che dopo il concerto avevamo un paio di day off, così appena finito di suonare sono corso in aeroporto e mentre eravamo lì ho svegliato tutti dicendo 'Guardate che roba!' mostrando le foto. Erano più o meno le tre del mattino”.

I Bon Jovi sono ormai dei veterani delle scene internazionali. Sono in attività dal 1983 e con “What about now” taglieranno il traguardo del tredicesimo album in studio (ci sono anche due live e quattro raccolte, nel loro medagliere). Il segreto della longevità artistica è semplice, almeno secondo Jon: “Sii te stesso e non curarti delle mode perché le mode cambiano”, ha spiegato il biondo cantante e autore. “E per la band trova persone che ti piacciano, perché se sarete fortunati passerete tantissimo tempo insieme. Io penso di avere fatto bene queste poche cose, ed eccomi qua”.


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Parlando del nuovo album, Jon ha tenuto a sottolineare come si tratti di un lavoro fortemente radicato nell’attualità, che esce ora perché parla di ciò che succede proprio adesso. “Quando la gente mi chiede di cosa parla il disco, io dico che è un album che parla di ciò che sta accadendo dopo il primo mandato di Obama in America, con l’inizio di una ripresa economica; ci sono molte canzoni che parlano di questo”, ha commentato. “L’ispirazione arriva da tutto quello che c’è là fuori ogni giorno: basta leggere i giornali, guardare i notiziari o anche solo vivere la propria vita e si trova sempre lo spunto per scrivere una canzone. Ed è per questo che lo pubblichiamo adesso, perché pensavamo che se avessimo aspettato, le storie che raccontiamo avrebbero potuto cambiare, perché potrebbe succedere altro”.
Il singolo “Because we can” è un chiaro esempio, una sorta di appello ad agire per costruire un futuro migliore collaborando e impegnandosi tutti insieme. “È un richiamo all’azione”, spiega Jon. “Con l’ultimo album, il tour, gli impegni con Obama, ho capito molto più di ciò che succede nel mondo; negli ultimi quattro anni siamo passati dall’idea, la promessa del mandato presidenziale per Obama, alla realtà che è fatta di tasse che crescono, economia oscillante… e la verità è che nessun Governo può farcela da solo in questa situazione; ma in collaborazione con il settore privato può farcela. Però i privati ora dicono ‘Non mi interessa più sono deluso’ e la mia opinione è che invece si debba agire. ‘Perché dovrei farlo?’… ‘Perché possiamo farlo!’. Questo è sempre stato il tema delle nostre canzoni: cercare un po’ di ottimismo. Ma con questo disco è molto più mirato e specifico. Siamo davvero consapevoli di ciò che diciamo e facciamo”.

“What about now” è un disco speciale, dunque. Con un sound che Jon definisce “classicamente Bon Jovi”, ma con tematiche sociali e una copertina davvero unica, realizzata con l’aiuto dell’artista cinese Liu Bolin (famoso per le sue foto-installazioni in cui si fa dipingere in modo da confondersi con l’ambiente circostante, come un camaleonte urbano), che implementa elementi di realtà aumentata grazie a una app dedicata.
“Non avevamo in mente niente di così creativo, è stata una cosa che è successa. Noi non abbiamo certo avuto le migliori copertine di dischi di sempre, infatti ‘Slippery when wet’ era un vero sacco dell’immondizia con le mie dita che scrivevano il titolo, l’abbiamo buttato sulla scrivania di uno della casa discografica e abbiamo avuto la nostra copertina. Non abbiamo mai avuto molta fortuna. Io sono il tizio che si è fatto convincere a mettere il titolo ‘7800° Fahrenheit’: è davvero un titolo terribile per un album con una brutta copertina”, ha raccontato, ironicamente, Jon.
E poi ha spiegato come è nata la collaborazione con Bolin: “Mi sono detto che ormai siamo troppo vecchi e brutti per stare su una copertina, per cui ho pensato che ci serviva un modo per 'scomparire' in qualche maniera nell’arte. Ho visto una foto di Liu Bolin, non sapevo chi fosse e ho fatto ricerche su Internet; ho chiesto se potevamo commissionargli la copertina, ma mi hanno detto che non faceva lavori su richiesta e che compariva solo lui nelle sue foto. Allora ho pensato che potevamo prendere una immagine del nostro logo, proiettarci dentro e farne una copertina; poi però qualcuno della casa discografica ha preso la foto che avevo e l’ha fatta avere a Bolin in Cina. Sua moglie è una nostra grande fan e gli ha detto: 'Tu andrai in America e farai questo lavoro su commissione'. È venuto qui e abbiamo assunto uno street artist che ha preso delle immagini dai testi e le ha trasformate in street art; noi ci siamo messi davanti e ci hanno dipinti. E sarebbe stata già stata una bella copertina così. Ma poi mio figlio di otto anni, Romeo, ha portato a casa un catalogo di costumi da Halloween e c’era una app collegata alla copertina che faceva volare il bambino in costume da Batman che era ritratto e con lui i pipistrelli giocattolo… e mi sono detto: questa roba è speciale! Sono andato di nuovo alla casa discografica, loro hanno fatto delle ricerche sulla realtà aumentata e noi siamo impazziti per le possibilità del 3D pensando a noi che uscivamo dalla copertina del disco. Non solo è terribilmente divertente, ma è unico”.

Con Jon, che è un vero uomo del New Jersey (tanto che ha intitolato così il suo quarto album del 1988), non poteva mancare un accenno alla tragedia dell’uragano Sandy e al megaconcerto 12-12-12 – tenuto appunto il 12 dicembre 2012 per raccogliere fondi per le vittime e la ricostruzione.
“Ero a Londra quando Sandy ha colpito” ha ricordato Jon. “Non avevo preso molto seriamente gli avvisi, come tanti altri; non siamo abituati a uragani giganteschi che devastano il New Jersey, e se qualcuno ancora non crede ai danni del riscaldamento globale, questa è una prova tangibile di quello che succede. Ad ogni modo, mi ci sono voluti un paio di giorni per ritornare e la mia famiglia era bloccata a Manhattan, senza acqua ed elettricità. Li ho sistemati in un hotel e poi sono andato alla mia città natale, dove sono cresciuto, e mi sono subito impegnato per aiutare i vicini nella ricostruzione. E il giorno dopo ho partecipato alla maratona Telethon per raccogliere fondi; un mese dopo abbiamo fatto il concerto 12-12-12. Il nostro New Jersey è stato gravemente colpito, gravemente… ma c’è un buon sistema di supporto. Molti si sono uniti superando le diversità politiche, agendo in maniera positiva per aiutarsi a vicenda".

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