Credits: Caterina Gili / Concessione in uso a Rockol
“Goran è qui”: poche ma semplici ci accolgono al telefono. Goran Bregovic oggi, 15 luglio, è a Roma: questa sera partirà il suo tour italiano di presentazione del nuovo album “Songs and tales from wedding and funerals”. Originariamente il concerto (l'unico del tour italiano in cui verranno presentati anche brani estratti dall'oratorio “Cuore tollerante” scritto per la chiesa francese di St. Denis, vedi news) doveva svolgersi alle Terme di Caracalla, ma il maltempo ha costretto ad uno spostamento presso l'accademia di Santa Cecilia, con qualche ovvio problema logistico.
Goran sembra tranquillo, nonostante tutto: “'Tales and songs from weddings and funeral' è il mio primo vero disco da diversi anni, da 'Ederlezi'”, ci spiega. “Ma in questo tempo non si può dire che sia stato fermo. Non sono della generazione di MTV, uno che deve essere sempre presente nelle classifiche o sotto gli occhi di tutti. Sono un compositore, ho i miei ritmi: scrivo e incido quando riesco; se non ci riesco non lo faccio."
Il disco è diviso in due parti: le “songs” popolari, intervallate dalle “tales”, più vicine alla musica contemporanea: “Le canzoni sono scritte per essere cantate in matrimoni e funerali, perché quelli sono gli eventi della musica gitana e balcanica”, spiega. “I 'tales', invece, sono delle proposte per dei film immaginari, presenti solo nella nostra testa”. “Questa volta ho scelto di collaborare solo con artisti della mia terra”, continua, “gente che ha lo stesso talento degli artisti occidentali, solo che arriva da paesi dove anche il più grande o famoso artista canta a matrimoni e funerali”.
Tra le canzoni spicca una “Polizia molto arabbiata”, ovvero “il racconto del nomadismo dei gitani in Europa, che viene descritta come madre e matrigna. Il lavoro dei gitani è l'elemosina, e qui si racconta (con ironia) della polizia che se la prende spesso con loro, in qualsiasi città vadano”.
Goran, poi, ci racconta in modo schietto il suo rapporto con la propria terra martoriata dalla guerra e con il mondo occidentale post-11 settembre: “Le guerre hanno spesso reso gli artisti dei nomadi in esilio. L'esilio ti permette di avere una distanza sulle cose che è spesso una buona condizione per creare. Una tragedia come quella di New York, per qualcuno come che arriva da un posto dove le stragi sono purtroppo all'ordine del giorno, viene vissuta in modo diverso. Tutti i racconti che ascolti, da quando sei bambino fino a quando sei vecchio, sono purtroppo di questo tipo. Non voglio dire che ci siamo abituati, però sono situazioni che non ci sono nuove. Per cui non credo a chi dice che gli artisti abbiano reagito poco ai fatti dell'11 settembre. Cosa vuoi che faccia un artista, quando un evento provoca una reazione così decisa e forte nei militari? Gli artisti occidentali devono avere questa piccola illusione, ovvero che ciò che fanno è importante e può contribuire a cambiare le cose. Ma io vengo da un paese che fino a qualche anno fa era comunista: nessun artista che arriva da una situazione del genere può coltivare questa illusione, quella che qualche nota possa cambiare gli eventi. Il nostro approccio è decisamente più minimalista: sappiamo che il nostro lavoro può contribuire a illuminare le piccole cose”.
Goran sembra tranquillo, nonostante tutto: “'Tales and songs from weddings and funeral' è il mio primo vero disco da diversi anni, da 'Ederlezi'”, ci spiega. “Ma in questo tempo non si può dire che sia stato fermo. Non sono della generazione di MTV, uno che deve essere sempre presente nelle classifiche o sotto gli occhi di tutti. Sono un compositore, ho i miei ritmi: scrivo e incido quando riesco; se non ci riesco non lo faccio."
Il disco è diviso in due parti: le “songs” popolari, intervallate dalle “tales”, più vicine alla musica contemporanea: “Le canzoni sono scritte per essere cantate in matrimoni e funerali, perché quelli sono gli eventi della musica gitana e balcanica”, spiega. “I 'tales', invece, sono delle proposte per dei film immaginari, presenti solo nella nostra testa”. “Questa volta ho scelto di collaborare solo con artisti della mia terra”, continua, “gente che ha lo stesso talento degli artisti occidentali, solo che arriva da paesi dove anche il più grande o famoso artista canta a matrimoni e funerali”.
Tra le canzoni spicca una “Polizia molto arabbiata”, ovvero “il racconto del nomadismo dei gitani in Europa, che viene descritta come madre e matrigna. Il lavoro dei gitani è l'elemosina, e qui si racconta (con ironia) della polizia che se la prende spesso con loro, in qualsiasi città vadano”.
Goran, poi, ci racconta in modo schietto il suo rapporto con la propria terra martoriata dalla guerra e con il mondo occidentale post-11 settembre: “Le guerre hanno spesso reso gli artisti dei nomadi in esilio. L'esilio ti permette di avere una distanza sulle cose che è spesso una buona condizione per creare. Una tragedia come quella di New York, per qualcuno come che arriva da un posto dove le stragi sono purtroppo all'ordine del giorno, viene vissuta in modo diverso. Tutti i racconti che ascolti, da quando sei bambino fino a quando sei vecchio, sono purtroppo di questo tipo. Non voglio dire che ci siamo abituati, però sono situazioni che non ci sono nuove. Per cui non credo a chi dice che gli artisti abbiano reagito poco ai fatti dell'11 settembre. Cosa vuoi che faccia un artista, quando un evento provoca una reazione così decisa e forte nei militari? Gli artisti occidentali devono avere questa piccola illusione, ovvero che ciò che fanno è importante e può contribuire a cambiare le cose. Ma io vengo da un paese che fino a qualche anno fa era comunista: nessun artista che arriva da una situazione del genere può coltivare questa illusione, quella che qualche nota possa cambiare gli eventi. Il nostro approccio è decisamente più minimalista: sappiamo che il nostro lavoro può contribuire a illuminare le piccole cose”.
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