Franco Battiato, la quarta parte della conversazione con Massimo Cotto

Franco Battiato, la quarta parte della conversazione con Massimo Cotto
La redazione di Rockol, per gentile concessione di Massimo Cotto e di RadioUno Rai, propone la trascrizione integrale dell'intervista che Franco Battiato ha rilasciato al collega Cotto e che viene trasmessa da lunedì 8 luglio a venerdì 12 luglio nel corso di "Hobo", il programma in onda dalle 13 e 35 alle 14.00 sulle frequenze di RadioUno Rai. Massimo Cotto
Ti consideri “proustiano” nell’approccio alla vita? Vai alla “ricerca” attraverso odori e sapori?
Franco Battiato Il mio motto, sin da giovane, è “now to be here”. Se guardo il passato perdo di vista il presente, lo stesso succede se guardo il futuro. Mi piace vivere il momento.

Hai tirato fuori il meglio da tre artisti dal carattere non facile come Alice, Milva e Giuni Russo. Qual è il tuo segreto? Con tutte e tre il rapporto in studio è stato straordinario. Non posso dire di avere mai avuto problemi. In caso contrario non sarei riuscito a lavorare: Se sono in tensione non riesco a produrre. Non ho la sensibilità giusta, al contrario di altri come, per esempio Wagner, che è stato il capostipite di questa deformazione terribile, che vede l’artista esprimersi al meglio solo quando la fiele va nel sangue. Io non ho questa caratteristica, quindi devo lavorare con la gente in perfetta armonia sennò chiudo la baracca.

E’ vero che per comporre “Alexanderplatz” ti sei ispirato a Milva?
Sì, l’ho fatta per lei e ho pensato a lei per comporla. Secondo me, un buon arrangiatore o produttore non deve avere dei modelli musicali da appiccicare a chiunque, altrimenti commette un errore madornale. Deve essere una persona che si è tolta tanti sassolini dalle scarpe; una persona poco frustrata. Visto che mi sento abbastanza libero riesco ad ascoltare, al meglio, i suggerimenti delle interpreti. Se il disco non è mio accetto volentieri i loro consigli. Mi ricordo che una volta Giuni Russo mi disse che una parola di un testo era troppo “pesante” per lei e io immediatamente la cambiai. Ripeto: se il disco non è mio, mi metto semplicemente a servizio di chi deve cantare.

Dopo “Gommalacca” tu hai dichiarato: “Vivere nel nostro tempo significa essere disturbati”. Lo diresti anche oggi? Caspita, come no. A maggior ragione, anzi. Bisogna usare tutte le forse per difendersi dall’attrazione verso l’abisso, dal quale bisogna allontanarsi senza pietà: parlo dell’abisso del consumo materialistico verso cui sta andando il mondo. Ricordo la frase di una mia amica che decantava le ricchezze della Svizzera e suscitò la mia reazione stizzita e anche un po’ volgare. Chi se ne importa di queste cose se non hai la mentalità per apprezzarle? Anche se capisco che un aereo privato possa essere comodo quando ci sono il traffico estivo e gli scioperi.


Quando ci siamo visti a New York tu, come augurio per il nuovo millennio, mi hai detto: “Spero che dalla vita tu possa ricevere quello che non ti aspetti, perché non c’è niente di più bello”. Mi ricordo la situazione. Tutto quello che arriva ed è inaspettato è una situazione positiva. Se per esempio hai la passione delle automobili, ne vuoi una in particolare e riesci a comprarla, si tratta di realizzare un progetto che già si coltivava. E’ diversa la situazione che mi è capitata con il film, perché noi ne parlavamo, poco seriamente, al bar. Un pensiero, ogni tanto, lo facevo, ma quando si è concretizzata la situazione si è rivelata diversa da come l’avevo immaginata. La sorpresa è più piacevole.

Dall'archivio di Rockol - La storia di "Fetus" di Franco Battiato
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