Lou & Laurie: 'Torino come Berkeley, la città giusta per un concerto di parole'

Lou & Laurie: 'Torino come Berkeley, la città giusta per un concerto di parole'
Amano le parole, Lou Reed e Laurie Anderson, che intorno ai suoni e ai significati trasmessi dalla voce umana hanno cucito l'attesissimo recital, a metà tra musica e reading poetico, che stasera (mercoledì 10 luglio) approda in un esauritissimo Auditorium del Lingotto di Torino dopo aver toccato Barcellona e prima ancora la Biennale di Venezia (vedi news). Non quelle che tocca dispensare nel corso di conferenze stampa in fotocopia, però. Lou soprattutto: perché se Laurie incanta i giornalisti convenuti a mezzodì in un hotel del capoluogo piemontese, sussurrando carezzevole come stesse interpretando “O superman” o "Language is a virus”, l'eroe dei Velvet tiene fede alla sua ruvida fama provocando e strigliando gli interlocutori. Se la prende subito con fotografi e cineoperatori, rei di volerlo immortalare in canotta nera mentre sale sull'ascensore o quando ancora non ha varcato l'uscio della saletta che ospita la conferenza stampa. E, una volta sedutosi con accanto la compagna e l'immancabile cagnetta Lolabelle (a cui dedica i suoi sguardi più affettuosi), continua a incalzare la platea degli addetti ai lavori. Tronca subito le velleità dell'ufficio stampa che si incarica di rompere il ghiaccio con la prima domanda (“grazie, sforzo apprezzabile, ma sono loro che si devono fare avanti"). E continua: “Beh, non avete niente da chiedere? State ancora dormendo? Pensare che dovrei essere io quello assonnato….”.
Mentre sopraggiungono finalmente le prime immancabili domande sulla New York post 11 settembre e sulle origini del sodalizio artistico della coppia (nessuno osa metterla sul personale), il riccioluto Lou dispensa sguardi annoiati e occhiate sardoniche. Aguzza le orecchie solo quando qualcuno domanda se esiste per caso una qualche analogia, tra “The raven”, il corvo di Edgar Allan Poe che ha ispirato il suo nuovo album, e la Moby Dick di Melville cui la Anderson dedicò tempo fa un suo spettacolo. Sono entrambi, in qualche modo, simbolo del dolore umano? “Oh, ecco una domanda interessante”, sbotta, ma incarica poi Laurie di fornire una risposta. “Già – riflette la cyber-poetessa – in effetti non ci avevamo pensato. Entrambi sono animali parlanti, ma non li vedo come simboli negativi. Troppo semplicistico scorgere il male dappertutto come fa il presidente Bush. La balena bianca è anche un simbolo dell'ignoto, di ciò che l'uomo non conosce. Mi hanno chiesto di contribuire a un documentario su Melville, chiedendomi che ne pensavo dei fasci di luce che hanno sostituito le torri gemelle a Manhattan. A lui, newyorkese DOC, sarebbero piaciute senz'altro. Sono un monumento al nulla, bianche come la sua balena: e come la sua balena possono ben simboleggiare la grandiosità e l'ambizione umana. Il capitalismo, il commercio, ma anche la distruzione e la perdizione”.
Tutti presi dalla loro ultima avventura musicale (“non solletichiamo la nostalgia di nessuno e non abbiamo nessun nuovo prodotto da vendere: è tutto molto puro”, dice Lou, aggiungendo che a fissare su un supporto queste performance non ci hanno proprio pensato, per il momento), i due sono visibilmente orgogliosi del premio Grinzane Cavour che riceveranno stasera in omaggio alla qualità poetica della loro opera, sulla scia di Bob Dylan, Lawrence Ferlinghetti e Patti Smith. “Torino è il posto giusto”, cinguetta la deliziosa Anderson. “Mi ricorda Berkeley, stranamente, piena com'è di librerie e di gente assorta a leggere, per strada”. “Ci siamo voluti assicurare che le nostre voci venissero sottotitolate durante la performance – le fa eco Reed – così per una volta capirete cosa intendiamo dire. Fa specie, comunque, trovarsi di fronte ad interlocutori così diversi: anni fa, in una conferenza stampa come questa, ci saremmo trovati davanti dei rockers urlanti che ci avrebbero chiesto chi era il nostro parrucchiere…”
Ma cosa ci aspetta stasera, chiedono incuriositi i giornalisti? “Quasi una rappresentazione sinfonica”, spiega Laurie. “Sul palco gli unici strumenti sono il mio violino e la chitarra di Lou. Per il resto, lavoriamo molto di effetti e di pedali”. “E quel che succede sul palco dipende molto anche dall'atteggiamento del pubblico”, aggiunge Lou. ”Se il pubblico sonnecchia, noi facciamo altrettanto. Se è reattivo, lo siamo anche noi: farete parte della band”.
Reed non ha tempo (e voglia) di parlare del suo prossimo disco, se non per ribadire che si intitolerà proprio “The raven” e che uscirà a gennaio.
Laurie, invece, è prodiga di particolari sui mille progetti che la vedono coinvolta: l'esibizione di opere multimediali, oggetti e strumenti di sua concezione che da Lione approderà presto (ma non si sa ancora quando) al Castello di Rivoli, e la “residenza” artistica commissionatale dalla Nasa presso il centro spaziale di Houston. “Non ho ancora idea di cosa si tratterà, ma l'idea mi piace. Potrò giocare con i telescopi, esplorare le galassie, vedere le basi spaziali: dovrebbe essere un'ottima fonte di ispirazione”.
Alla fine anche Lou si scioglie un po', e ringrazia il pubblico europeo che, assai più di quello americano si dimostra disponibile a recepire progetti che esulano dagli standard del pop. “E' sempre stato così, anche per i vecchi musicisti jazz. Noi arriviamo nella scia di tutti gli artisti, musicisti e scrittori che ci hanno preceduti”. “Negli USA interessa il pop – aggiunge la Anderson – e il pop è una questione di stile e di denaro, più che di musica e arte. Se togli quello, cosa rimane?”.
Le parole e la loro magia restano al centro dell'attenzione (“pensateci: ognuno di noi, in questa stanza, potrebbe dare un'inflessione e un significato diverso a una parola come 'room' “, dice Laurie; “il linguaggio è una forma di comunicazione non specifica): ma è chiaro che quelle migliori, i due, se le riservano per la performance serale. Chi non ha già un biglietto, ahimè, resterà escluso dalla festa. Dopo l'Extrafestival di Torino, però, si replica ad Ancona (venerdì 12) e a Ferrara (il giorno dopo).
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