Franco Battiato, la seconda parte della conversazione con Massimo Cotto

Franco Battiato, la seconda parte della conversazione con Massimo Cotto
La redazione di Rockol, per gentile concessione di Massimo Cotto e di RadioUno Rai, propone la trascrizione integrale dell'intervista che Franco Battiato ha rilasciato al collega Cotto e che viene trasmessa da lunedì 8 luglio a venerdì 12 luglio nel corso di "Hobo", il programma in onda dalle 13 e 35 alle 14.00 sulle frequenze di RadioUno Rai.


Massimo Cotto: Una volta hai raccontato un episodio curioso riguardante un concerto in cui sei salito sul palco e hai fatto una nota lunghissima facendo letteralmente … sparire il pubblico.
Franco Battiato:

Esattamente, è andata in questo modo.

Ero in vacanza in Turchia e ho visto i manifesti di un evento con alcuni nomi dei miti della mia giovinezza musicale: artisti balcanici e del mediterraneo. Era un festival in cui c'erano musicisti armeni, curdi, iracheni, persiani, croati, macedoni. Sono andato dagli organizzatori e ho detto che ero un musicista italiano e avrei voluto esibirmi. Loro ne sono stati contenti e hanno puntualizzato subito che non sarei stato pagato. Accettai chiedendogli solamente una tastiera per lo spettacolo. Mi hanno detto che, essendo già stilato il programma, avrei chiuso il festival verso mezzanotte. Questa manifestazione si rivelò poi un “bidone”: I musicisti non erano all'altezza, e c'erano strumentisti che suonavano con tutti i gruppi riciclandosi. Arrivò il mio turno e salii sul palco davanti a circa tremila persone in un bellissimo anfiteatro. Visto che tutte le esibizioni precedenti erano imperniate su tamburi e percussioni decisi di suonare qualcosa di delicato. Sedendomi alla maniera hindu, con la mano sinistra feci un accordo di la maggiore e con la destra alzavo il volume piano, piano, piano. Non saranno passati più di due minuti. Ho aperto gli occhi, pronto ad incominciare, e non c'era più nessuno. Erano andati via tutti. Gli organizzatori si sono sforzati di giustificare la situazione dicendomi che il pubblico ha pensato a una sigla di chiusura. Ma è stato veramente divertente. .



Che cosa sei più felice che sia cambiato rispetto al tuo primo periodo? La cosa che mi rende più felice è non dover più partecipare ai festival pop. Non mi pento di esserci andato ma sono contento di poterne fare a meno.

Cosa avresti invece voluto portarti dietro? Rimanendo sempre al primo periodo ricordo momenti piacevoli. Un episodio memorabile è accaduto al Parco Lambro. Io mi sono esibito verso l'una e mezza di notte. Quando ho cominciato la mia esibizione da migliaia di sacchi a pelo sono spuntate delle teste. Erano tutti “strafatti” ma era fantastico vedere migliaia di persone che, come piante, si alzavano e si muovevano attirati dalla musica. Credo che sia uno degli episodi più belli della mia carriera.

Parliamo di Charlie Chaplin… La canzone di Chaplin doveva fare parte dell'album di Manlio Sgalambro “Fun club”. Per scegliere i brani io proponevo delle canzoni a Manlio. Quando gli ho suggerito questa, lui ha detto subito che avrei dovuto interpretarla io, perché è più adatta al mio timbro vocale. Effettivamente ho ascoltato il suo consiglio, anche se la canzone è rimasta nel cassetto fino adesso.


Sull'album c'è “Col tempo sai” di Leo Ferré che, secondo me, è una delle canzoni più belle che siano mai state scritte. Anche per me vale questo giudizio. Una cosa che ricordo con un piccolo dolore è accaduta quando avrò avuto ventiquattro anni. Durante un festival pop, Leo Ferré, ormai anziano, esponeva il suo fisico e la sua mente a un pubblico di cialtroni, di coatti che l'hanno massacrato. Lui stava leggendo una poesia, che a tratti sentivo meravigliosa, ma non è riuscito a finire. Non gli hanno lasciato leggere una poesia e l'hanno cacciato. Queste sono cose veramente brutte da vedere perché non è vero che il pubblico ha sempre ragione. E' una sciocchezza. Il pubblico non ha quasi mai ragione.

Ferré era un personaggio che passava con disinvoltura da canzoni impegnate al Cantagiro senza nessuno snobismo… Esatto, perché lui era un uomo libero, un Savonarola del nostro tempo. Questa canzone credo di averla realizzata in una maniera che gli sarebbe piaciuta. L'ho spostata dal tre tempi al quattro tempi per renderla meno drammatica.


E' stato lo stesso procedimento che hai usato con “La canzone dei vecchi amanti” di Jacques Brel in “Fleurs 1”, se non sbaglio… No, di quella canzone non ho toccato niente. Alcune canzoni le sdrammatizzo solo sul piano vocale, come è stato per il brano di Aznavour “Ed io tra di voi”. Invece per la canzone di Ferré ho cambiato anche l'arrangiamento.

Ferré non è stato solo il più maledetto tra i cantautori francesi, ma forse è stato anche il più inquieto. Diceva spesso “Non appartengo a questo mondo e a queste latitudini”. Questa inquietudine e il non sentirsi parte del mondo in cui si vive sono l'essenza dell'artista? Sicuramente, perché gli sguardi obiettivi possono venire proprio dai disadattati. A volte chi non sta dentro le regole vede cose che chi sta all'interno di un sistema, per identificazione, non può vedere.

L'artista vive una dicotomia strana: deve stare, per scrivere e concentrarsi, lontano dal mondo, ma, al tempo stesso, deve stare a contatto col mondo per poterlo raccontare…
Questo è giusto, perché se sei un artista a contatto col mondo riesci a cristallizzare le emozioni e i sentimenti, e a comporre quelle che poi sono le canzoni di successo. D'altra parte, c'è la situazione di chi, estraniandosi, può dare indicazioni a proposito di tutt'altro genere di emozioni. Sono due cose molto diverse.

“Col tempo sai tutto se ne va”: che cosa hai perso e che cosa hai conservato? A questo punto della mia vita posso dire che la somma delle situazioni fortunate è stata molto superiore a quella delle avversità.

Chi ti conosce e, magari, giudica attraverso le canzoni, pensa che tu sia un uomo molto saggio… Fortunatamente ho delle antenne che mi fanno percepire le situazioni pericolose. Non posso dire di avere litigato spesso, di aver tolto il saluto a delle persone o di avere sbagliato collaboratori. Questo “sesto senso” mi ha aiutato tanto nella vita, perché se una persona non mi piace lo capisco subito e non ci lavoro.

Ultima citazione di Ferré: “ti senti tradito dagli anni perduti”. Non necessariamente a titolo personale ma anche per come sono cambiate le cose… No, al contrario, io ho tradito i miei anni, che mi hanno dato grandi occasioni che non ho saputo sfruttare e apprezzare. La sensazione di tradimento coinvolge persone che, purtroppo, non si sono inserite bene nel loro tempo e hanno un talento che merita di essere gratificato. E' chiaro che una persona che sa di avere talento, senza essere un vanesio o un illuso, si sente tradito dagli anni perduti.

Perché c'è tanta Francia nel nostro cuore e nella nostra canzone? Diciamo che la vecchia Francia è stata fonte d'ispirazione per la nostra canzone d'autore. Tutti i cantautori degli anni '60 le sono debitori e lo ammettono senza riserve.

Parliamo ora di Gino Paoli e “Il cielo in una stanza”... Qualcuno mi ha detto che l'ho cantata bene. Ho realizzato un'interpretazione intimistica anche se nella seconda metà la canzone ha un'esplosione ritmica.


Sono molto belli anche i giochi linguistici all'interno del brano: si parla di rinchiudere il cielo una stanza per allargare la stessa sempre più fino a diventare cielo. Anche in queste piccole cose è racchiusa la poesia della canzone italiana… Sicuramente, ed è anche giusto che canzoni così belle abbiano il successo che meritano. Non è un'equazione matematica, perché a volte hanno successo canzoni che non lo meritano: ma anche questa è la vita.

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