Credits: Sebastiano Tomà / Concessione in uso a Rockol
I K’s Choice sono pronti a tornare, con un nuovo disco in uscita nel mese di aprile, e la speranza di ripetere il successo di “Paradise in me”, che li impose nel 1996. L’album, il terzo del gruppo belga, si intitola “Cocoon Crash”, ed è prodotto da Gil Norton (Foo Fighters, Counting Crows, Pixies). A un primo ascolto, l’impressione è positiva: se avete amato “Not an addict”, il nuovo singolo “Believe” vi manderà in sollucchero; è un brano forse meno immediato, ma più intenso. La musica dei cinque di Anversa fa perno sulla voce di Sarah Bettens, che spiega:
“Questo terzo disco per noi rappresenta un grosso salto, e abbiamo cercato di trarre profitto dalla maggiore attenzione di cui godiamo rispetto a quando eravamo un’oscura band fiamminga che tentava di farsi conoscere. Ad esempio, all’inizio eravamo un po’ in ansia al pensiero di lavorare con Gil Norton, perché prima ci eravamo affidati a un produttore più casereccio, di Bruxelles. Non volevamo sentirci come quei gruppi che più che collaborare col loro produttore sembrano instaurare un conflitto di personalità, o subirne l’ego. Noi abbiamo detto a Gil: ‘Non farti problema: sei libero di dirci quello che vuoi’. Non avevamo paura che la nostra musica fosse snaturata o violata. Del resto, perché avrebbe dovuto? Le nostre canzoni finora sono piaciute, e quindi il suo compito era quello di affinare il nostro lavoro”.
Perché cantate in inglese?
“La lingua fiamminga è assai poco musicale, a differenza di quella italiana e quella inglese. Il fatto di venire dal Belgio incuriosisce molti: non c’è una tradizione rock nel nostro paese. Forse nel nostro piccolo stiamo scrivendo una pagina di storia del pop...”
“Questo terzo disco per noi rappresenta un grosso salto, e abbiamo cercato di trarre profitto dalla maggiore attenzione di cui godiamo rispetto a quando eravamo un’oscura band fiamminga che tentava di farsi conoscere. Ad esempio, all’inizio eravamo un po’ in ansia al pensiero di lavorare con Gil Norton, perché prima ci eravamo affidati a un produttore più casereccio, di Bruxelles. Non volevamo sentirci come quei gruppi che più che collaborare col loro produttore sembrano instaurare un conflitto di personalità, o subirne l’ego. Noi abbiamo detto a Gil: ‘Non farti problema: sei libero di dirci quello che vuoi’. Non avevamo paura che la nostra musica fosse snaturata o violata. Del resto, perché avrebbe dovuto? Le nostre canzoni finora sono piaciute, e quindi il suo compito era quello di affinare il nostro lavoro”.
Perché cantate in inglese?
“La lingua fiamminga è assai poco musicale, a differenza di quella italiana e quella inglese. Il fatto di venire dal Belgio incuriosisce molti: non c’è una tradizione rock nel nostro paese. Forse nel nostro piccolo stiamo scrivendo una pagina di storia del pop...”
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