La terra dei miracoli di Tricarico

La terra dei miracoli di Tricarico
Francesco Tricarico non si è dimenticato il berretto arancio, quello di cui parla in una delle sue canzoni, “Brillantini”. Davanti alle telecamere di Rockol, oggi lunedì 10 dicembre, Francesco posa il cappellino dalla visiera consunta al suo fianco, e ti guarda fisso con gli occhi blu, nascosti da folte sopracciglia. Sembra arrabbiato. “Oggi sto male”, risponde al nostro saluto Francesco, “perché ho preso freddo, questa mattina. Era gelido, e visto che i muratori stanno facendo dei lavori in casa, sono dovuto uscire molto presto. Non sono abituato. Comunque va bene”. Non è facile intervistare Francesco Tricarico. Perché la prima sensazione che quel ragazzo magro e pallido trasmette è di rispetto. Sarà che il suo modo riservato di presentarsi al mondo dello spettacolo, a tratti quasi ostile, è davvero fuori dal comune. E’ come se dal profondo della sua coscienza le canzoni emergessero in superficie lentamente e poco alla volta, affiorando casualmente qui e là, senza un apparente significato o ragione. Perché la musica di Francesco Tricarico è imprigionata dentro di lui, e aspetta soltanto di essere liberata. Come il suo ultimo singolo, intitolato “La pesca”, uscito a pochi mesi dal discreto successo di “Drago”: “Le pressioni che sentivo e che sento sono mie, e basta. Certo, non puoi far finta che il mondo esterno non esista, però nella vita puoi anche fare ciò che vuoi. Dovevo capire come comportarmi, cosa fare, che strada prendere”. Tricarico non vuole parlare del periodo trascorso in uno studio a pochi chilometri da Parma, “dove la campagna è molto più selvaggia e affascinante che qui in Lombardia”, e non vuole parlare del suo singolo precedente, “Drago”, appunto. Lui fa ciò che vuole. “Anche se devo tener conto dei meccanismi per cui alcuni messaggi arrivano, e altri per niente, per ora cerco di fare ciò che voglio, trasmettendo quello che mi va. Nelle canzoni sottolineo episodi importanti per me. La libertà all’inizio c’è, ma a volte manca. Sei tu che devi saperla usare, e capire quanta ne puoi usare”. Ogni tanto Francesco si scusa mentre ti fissa interlocutorio, dicendo che di solito non è così “acido”. E’ solo che proprio non sta bene, perché ha preso freddo. Ma non importa. Perché anche noi non stiamo affatto bene; per un attimo ci sentiamo tutti meglio. Come il bambino Francesco, che manda al diavolo tutti scrivendo sul foglio bianco “Viva Francesco”, anche Tricarico si è preso la sua rivincita verso un mondo cattivo, un grande e pauroso drago pronto a “portarti via il tuo sogno”, appena possibile. Il sogno di Francesco è molto semplice. Scrivere canzoni in pace, lontano dalla tecnologia, “la peggiore delle droghe”. “In tutti i miei brani c’è il tentativo di razionalizzare i sentimenti, sentimenti che in un determinato periodo della mia vita non mi hanno fatto stare tanto bene. Le canzoni mi hanno fatto uscire da uno stato non piacevole. I miei brani hanno tutti una soluzione, dentro di essi. E’ la soluzione dei miei problemi, che si concretizza sotto forma di canzone”. Oggi la campagna che Francesco descrive in “Lavanda”, dove ha piantato carote e pomodori e dove gli alberi fioriscono profumati, si è trasformata. Anche se lui dice che dal futuro non si aspetta granché, in lontananza i campi sono illuminati di un verde smeraldo. E adesso, anche se è inverno e presto cadrà la neve, nella terra sono spuntati anche dei piccoli frutti.
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