Premio Lunezia: riconoscimento alla carriera a Bruno Lauzi, 'Un’araba fenice che continua a rinascere'

Premio Lunezia: riconoscimento alla carriera a Bruno Lauzi, 'Un’araba fenice che continua a rinascere'
“Spero che questo premio non rappresenti per me quello che è un ‘coccodrillo’ per i giornali: pronto per quando stai per morire", così, con ironia e un po’ di amarezza, Bruno Lauzi ha commentato a Rockol l’assegnazione del premio Lunezia alla carriera: “Scherzo”, ha aggiunto “naturalmente sono felice e onorato, perché un premio alla carriera rappresenta pur sempre il coronamento di molti anni di lavoro. L’unica cosa è che non sento di aver finito la mia carriera. Mi sento invece un po’ come l’araba fenice che ogni volta rinasce dalla cenere”.
Nato nel 1937 Lauzi, insieme a Umberto Bindi, Gino Paoli e Luigi Tenco, è stato uno dei fondatori della scuola genovese, madre del cantautorato italiano. La sua carriera si snoda tra musica leggera, jazz, cabaret e poesia, e oltre ad aver portato al successo brani indimenticabili della nostra storia musicale (alcuni dei quali nati dalla collaborazione con Mogol-Battisti, come “Amore caro, amore bello” e “E penso a te”), è stato autore di canzoni quali “Piccolo uomo” interpretato da Mia Martini e “L’appuntamento” cantata da Ornella Vanoni. Moltissime le sue collaborazioni con gli artisti più ricercati del panorama italiano, da Ivano Fossati a Paolo Conte.
E oggi? “Ho smesso di scrivere canzoni, perché non voglio più perdere tempo con le canzonette. Per me la canzone è una forma limitata di espressione. Adesso mi dedico in particolare alla poesia perché solo nella poesia la parola riesce ad esprimere la forza che ha in sé. Il mix parole e musica limita, vincolandole, sia le parole che le note. In molti giudicano ad esempio Bob Dylan un grande poeta-cantante. Io sono d’accordissimo sul poeta, ma come cantante lo odio!”
C’è solo una forma di canzone che per l’artista nato all'Asmara vale la pena di comporre: quella legata al teatro: “Ho un musical nel cassetto, una sorta di parodia in chiave gialla di ‘Chorus line’: un gruppo di ballerini-cantanti si ritrovano per un provino e… Nel teatro la canzone è consequenziale ad un’azione, non è fine a se stessa. Non viene chiusa in tre minuti, ma si apre, spiega, narra tutto l’evento scenico.”
In queste parole si legge il tentativo di andare oltre gli schemi e le convenzioni di un mondo, quello discografico, che a Luazi non piace più: “La sindacalizzazione ha ucciso l’arte. Ormai siamo solo dei lavoratori dello spettacolo. Non c’è più lotta, più cattiveria e, secondo me, senza cattiveria non ci può essere arte”. Certo Lauzi non nega che ci siano personaggi interessanti nel panorama musicale giovanile, e cita ad esempio Max Gazzé, ma a suo avviso ormai i testi delle canzoni mancano di forza: “Il tema politico è stato abbandonato e si ha quasi il terrore di parlare seriamente d’amore. Sarà il segno dei tempi!”
Ma la speranza nelle generazioni future Lauzi continua a nutrirla: “Una delle cose che amo di più fare sono gli spettacoli per bambini. Loro sono pronti ad accogliere senza riserve tutti i tipi di musica. Mi diverto ad esempio a musicare le filastrocche di Gianni Rodari e a scrivere storie cantate per loro. Sono ricettivi, attenti e sempre pronti a darti nuovi stimoli”
E per il futuro? “Continuerò a sperimentare, a scrivere poesie, e sto già lavorando ad un secondo musical. Insomma voglio che, quando sarà il momento, sulla mia lapide ci sia scritto: ‘Non lasciò nulla di intentato’.”
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