Hogarth/Barbieri: 'Il nostro disco? Più Kubrick che prog rock'

Prima con i Japan e poi con i Porcupine Tree, da più di trent'anni Richard Barbieri, classe 1957, si muove con stile e discrezione nell'ambiente del rock britannico più raffinato, sperimentale e "progressivo". Il quasi coetaneo Steve Hogarth (due anni in meno)  è un altro bel personaggio, più abituato alla luce dei riflettori: il frontman e cantante che è riuscito nell'impresa di traghettare i Marillion oltre lo shock della defezione del loro uomo simbolo, Fish. Si conoscono da tempo, si sono incrociati più volte e ora pubblicano un disco insieme. Ma non avrebbe senso fare somme algebriche e trarre conclusioni affrettate:  "Not the weapon but the hand", che sarà nei negozi italiani dal 27 febbraio su etichetta  Kscope, ha pochi punti di contatto con le sonorità dei gruppi di provienienza.

"E' così. Non eravamo proprio interessati a fare un disco progressive", conferma Richard al telefono dall'Inghilterra. "Sai com'è, in una band tutte le influenze si mischiano per dare vita a qualcosa di diverso. Quando ti trovi per conto tuo è normale provare altre strade. Il mio gusto personale mi porta verso la musica elettronica e d'atmosfera, e mi sembra che in questo disco Steve abbia cantato con uno stile diverso da quello che utilizza con i Marillion. Ha avuto la libertà di lavorarci da solo, a casa sua, elaborando idee vocali originali e anche bizzarre che a me  sono piaciute molto. Mi pare che abbia adottato un atteggiamento più sperimentale,  cantando con una tonalità e una vibrazione differente".

Si conoscono da una decina d'anni, i due. "Il primo incontro risale a quando Steven Wilson dei Porcupine Tree venne incaricato di produrre il suo album solista "Ice cream genius" (pubblicato sotto lo pseudonimo di "h"). Hogarth allora mi chiese di suonare le  tastiere nel disco e ci incontrammo per parlarne. Siamo andati subito d'accordo, rendendoci conto che parlavamo una lingua simile. Inizialmente non si è trattato di un rapporto paritario, dal momento che il mio compito era di cercare sonorità interessanti e adatte alle canzoni che aveva scritto lui. Ma poi, quando abbiamo cominciato a suonare insieme dal vivo, l'amicizia si è rinsaldata".

Da lì a decidere di fare un disco insieme di tempo ne è passato parecchio. Anche perché gli impegni con le rispettive band lasciavano poco spazio: "In effetti ho cominciato a comporre le musiche per questo disco due anni fa", conferma Barbieri.  " 'Naked', che ho scritto al pianoforte, è uno dei pochi brani strutturati  in modo convenzionale mentre  il resto non è stato  concepito secondo il modulo classico strofa-ritornello: ho preferito assecondare le emozioni e le sensazioni del momento. Per questo preferisco parlare di racconti e non di canzoni; trame su cui Steve ha potuto sviluppare le sue storie. Non sono un songwriter, ho qualche difficoltà ad adattarmi ai cantanti e quando lavoro con Wilson mi capita di suggerire una decina di idee prima che una di esse venga accettata e sviluppata in una forma compiuta.  In questo disco ho voluto comportarmi in modo più naturale, scrivendo senza preoccuparmi di quel che veniva fuori".

Ecco il perché di quella musica "astratta", "texture" e ritmo... "In molti casi il punto di partenza è stato  una strana sequenza di accordi o un insieme di suoni astratti apparentemente non correlati tra loro... E' il mio modo di lavorare", ride Richard, "e so che non per tutti è facile capirlo. Credo dipenda dal fatto che non so leggere la musica e non ne comprendo i fondamenti teorici. Non capisco le progressioni della musica jazz o blues, il modo in cui vengono costruite. E in un certo senso per me è stato meglio così, perché è questo che mi ha permesso di sviluppare uno stile originale.  Se sapessi suonare come Rick Wakeman probabilmente passerei tutto il tempo a imitarlo; se avessi l'abilità tecnica di certi strumentisti ne farei uso. Non avendola, mi sono inventato altri modi di lavorare". Soprattutto d'inverno, la stagione in cui Barbieri confessa di sentirsi più creativo.  "Sì, quello è il periodo in cui vado in una sorta di stato di ibernazione. Si diventa più appartati e introspettivi, d'inverno, si ha più tempo per pensare. In estate trascorro più tempo fuori casa, in primavera e in autunno solitamente sono in tour con la band. Durante la stagione invernale succedono meno cose, e così mi capita di poter dedicare un paio di mesi alla composizione".

Identificare punti di contatto con la musica di altri musicisti, in "Not the weapon but the hand", non è facile neanche per Barbieri: "A posteriori posso trovare delle similutidini con certe cose dei Massive Attack, o di Peter Gabriel. Ma non è mai una scelta cosciente e le mie fonti di ispirazione stanno altrove. Nei paesaggi, ad esempio, o nei film. Sono un grande fan di Stanley Kubrick e del suo modo di intendere i film come opere d'arte, come dipinti: penso a 'Barry Lyndon', con quelle scene illuminate solo dalla luce solare o dalle candele. Ma anche a 'Eyes wide shut', alla sua atmosfera tenebrosa e claustrofobica. In un pezzo del disco, 'Lifting the lid', ho cercato proprio di cogliere un feeling tenebroso ma delicato, descrivendo un microcosmo minuto e racchiuso in se stesso.  Avevo detto a Steve che non volevo nessuna voce, ma lui l'ha voluta ascoltare lo stesso e non ha resistito alla tentazione di scrivere dei versi. Ha funzionato, perché ha cercato di rendere la sua voce  altrettanto 'piccola' dimostrandosi sensibile al mood del brano. Il cinema, come ti dicevo, è una grande fonte di ispirazione: un altro esempio è la versione cinematografica che Orson Welles fece del 'Processo' di Kafka,  quel mondo onirico fatto di tunnel claustrofobici mi ha suggestionato molto".  

Quando è entrato in azione, Hogarth? "Ho scritto queste musiche apposta per lui, ma dopo avergli consegnato il materiale me n'ero dimenticato.  Speravo che ne avrebbe fatto qualcosa ma non sapevo davvero cosa aspettarmi. Per molto tempo, infatti non è successo niente. Ma improvvisamente, l'anno scorso, ha cominciato a restituirmi i pezzi, uno ogni due o tre giorni,  completi di testo e di tracce vocali. Steve aveva finalmente trovato il tempo e si era chiuso in studio a completare il progetto. E ha lasciato la sua impronta, talvolta trasformando i brani in qualcosa di completamente diverso.  'A cat with seven souls', per esempio, è diventata davvero strana e interessante. Viceversa, quando ho ascoltato la voce e il testo di 'Red kite', il primo pezzo che avevo composto per il disco, ho pensato che era proprio quello che mi aspettavo di sentire. Forse è l'unico brano in cui la voce di Hogarth è immediatamente riconoscibile e richiama lo stile dei Marillion".

Mai lavorato insieme in studio, dunque? "No, e credo che sia stato meglio così perché questo metodo ci ha consentito di preservare la purezza dei nostri intenti. Due persone che esprimono se stesse, senza intrusioni di sorta: se avessimo lavorato insieme avremmo cominciato a discutere delle nostre idee, il coinvolgimento sarebbe stato eccessivo e i nostri sforzi sarebbero risultati annacquati. Quando lavori in studio con qualcun altro le idee circolano e fanno in fretta a prendere una forma diversa. L'intenzione originale svanisce e quello che rimane è una versione differente. Così, invece, è emerso il nostro puro istinto. Ed è questo che ha funzionato".  

A quel punto è toccato agli "special guests". "Danny Thompson, Arran Ahmun e Chris Maitland sono  venuti in studio con me, mentre Steve era in tour con i Marillion. Quanto a Dave Gregory (l'ex chitarrista degli XTC), lo volevo a tutti i costi e l'ho individuato subito come terzo pilastro del progetto.  Desideravo conoscere la sua opinione, gli ho chiesto di  arrangiare gli archi, di suonare un po' la chitarra e anche il basso...Anche lui ha lavorato a casa, per conto suo, aggiungendo dove lo riteneva necessario. Gli altri hanno fatto un cameo, ma il suo è stato un contributo essenziale.  Dave è un tipo molto solitario che ama starsene appartato e che oggi non lavora molto.  E' parecchio tempo che non  pubblica nulla ed è un peccato. E' un grandissimo talento, ma credo che abbia bisogno di essere motivato".  
 
Spontaneo chiedersi, data la sua genesi e la sua natura, se "Not the weapon but the hand" sia un progetto one-off, e se verrà mai portato su un palco..."A me e Steve piacerebbe fare un altro disco insieme", risponde Barbieri, "ma non è una cosa realizzabile in fretta o facilmente. Magari dovrà passare un paio d'anni prima che si ripresenti una possibilità. Abbiamo scartato solo tre pezzi dal disco e uno di questi, 'Intergalactic', dovrebbe essere presto disponibile come download. Non lo abbiamo messo sull'album perché non era in sintonia con il clima generale: è un pezzo molto dinamico, e per me scrivere musica dinamica è sempre difficile! Credo che il pubblico potrà trovarlo interessante, è una sorta di space rock piuttosto bizzarro. Ci piacerebbe proporre l'album dal vivo ma non è facile: non è musica complicata da suonare ma è difficile ricreare quei suoni, soprattutto perché non vorremmo usare nastri preregistrati o computer. Ci vorrebbero diversi musicisti e anche più cantanti, dal momento che nel disco ci sono spesso sovrapposizioni vocali e armonie.  Una soluzione ci sarebbe, si tratta solo di trovare il tempo".

Intanto i Porcupine Tree, continuano a essere in stand-by? "A dire la verita lo siamo da parecchio tempo, ormai. Pensavamo di iniziare a registrare un nuovo album più o meno in questo periodo, ma un paio di mesi fa Steven ci ha informato che voleva fare una seconda tranche di concerti per il suo disco solista. Il che significa far slittare i programmi di almeno altri sei mesi: credo che inizieremo a scrivere insieme il nuovo materiale dopo l'estate. A me non dispiace affatto. Non sono come lui, che sente l'esigenza di far musica 24 ore al giorno.  Non mi occupo di musica a tempo pieno, so stare anche sei mesi senza toccare uno strumento o comporre un pezzo e  non ne sento la mancanza. Però mi piace programmare nuovi suoni, esplorare nuovi strumenti e cambiare set up di tanto in tanto per trovare nuova ispirazione. Sto giusto per comprarmi qualche vecchia apparecchiatura analogica e un po' di nuovo software. Ho voglia di cambiare i miei giocattoli".  

 

 Prima con i Japan e poi con i Porcupine Tree, da più di trent'anni Richard Barbieri, classe 1957, si muove con stile e discrezione nell'ambiente del rock britannico più raffinato, sperimentale e "progressivo". Il quasi coetaneo Steve Hogarth (due anni in meno)  è un altro bel personaggio, più abituato alla luce dei riflettori: il frontman e cantante che è riuscito nell'impresa di traghettare i Marillion oltre lo shock della defezione del loro uomo simbolo, Fish. Si conoscono da tempo, si sono incrociati più volte e ora pubblicano un disco insieme. Ma non avrebbe senso fare somme algebriche e trarre conclusioni affrettate:  "Not the weapon but the hand", che sarà nei negozi italiani dal 27 febbraio su etichetta  Kscope, ha pochi punti di contatto con le sonorità dei gruppi di provienienza.

"E' così. Non eravamo proprio interessati a fare un disco progressive", conferma Richard al telefono dall'Inghilterra. "Sai com'è, in una band tutte le influenze si mischiano per dare vita a qualcosa di diverso. Quando ti trovi per conto tuo è normale provare altre strade. Il mio gusto personale mi porta verso la musica elettronica e d'atmosfera, e mi sembra che in questo disco Steve abbia cantato con uno stile diverso da quello che utilizza con i Marillion. Ha avuto la libertà di lavorarci da solo, a casa sua, elaborando idee vocali originali e anche bizzarre che a me  sono piaciute molto. Mi pare che abbia adottato un atteggiamento più sperimentale,  cantando con una tonalità e una vibrazione differente".

Si conoscono da una decina d'anni, i due. "Il primo incontro risale a quando Steven Wilson dei Porcupine Tree venne incaricato di produrre il suo album solista "Ice cream genius" (pubblicato sotto lo pseudonimo di "h"). Hogarth allora mi chiese di suonare le  tastiere nel disco e ci incontrammo per parlarne. Siamo andati subito d'accordo, rendendoci conto che parlavamo una lingua simile. Inizialmente non si è trattato di un rapporto paritario, dal momento che il mio compito era di cercare sonorità interessanti e adatte alle canzoni che aveva scritto lui. Ma poi, quando abbiamo cominciato a suonare insieme dal vivo, l'amicizia si è rinsaldata".

Da lì a decidere di fare un disco insieme di tempo ne è passato parecchio. Anche perché gli impegni con le rispettive band lasciavano poco spazio: "In effetti ho cominciato a comporre le musiche per questo disco due anni fa", conferma Barbieri.  " 'Naked', che ho scritto al pianoforte, è uno dei pochi brani strutturati  in modo convenzionale mentre  il resto non è stato  concepito secondo il modulo classico strofa-ritornello: ho preferito assecondare le emozioni e le sensazioni del momento. Per questo preferisco parlare di racconti e non di canzoni; trame su cui Steve ha potuto sviluppare le sue storie. Non sono un songwriter, ho qualche difficoltà ad adattarmi ai cantanti e quando lavoro con Wilson mi capita di suggerire una decina di idee prima che una di esse venga accettata e sviluppata in una forma compiuta.  In questo disco ho voluto comportarmi in modo più naturale, scrivendo senza preoccuparmi di quel che veniva fuori".

Ecco il perché di quella musica "astratta", "texture" e ritmo... "In molti casi il punto di partenza è stato  una strana sequenza di accordi o un insieme di suoni astratti apparentemente non correlati tra loro... E' il mio modo di lavorare", ride Richard, "e so che non per tutti è facile capirlo. Credo dipenda dal fatto che non so leggere la musica e non ne comprendo i fondamenti teorici. Non capisco le progressioni della musica jazz o blues, il modo in cui vengono costruite. E in un certo senso per me è stato meglio così, perché è questo che mi ha permesso di sviluppare uno stile originale.  Se sapessi suonare come Rick Wakeman, probabilmente passerei tutto il tempo a imitarlo; se avessi l'abilità tecnica di certi strumentisti ne farei uso. Non avendola, mi sono inventato altri modi di lavorare". Soprattutto d'inverno, la stagione in cui Barbieri confessa di sentirsi più creativo.  "Sì, quello è il periodo in cui vado in una sorta di stato di ibernazione. Si diventa più appartati e introspettivi, d'inverno, si ha più tempo per pensare. In estate trascorro più tempo fuori casa, in primavera e in autunno solitamente sono in tour con la band. Durante la stagione invernale succedono meno cose, e così mi capita di poter dedicare un paio di mesi alla composizione".

Identificare punti di contatto con la musica di altri musicisti, in "Not the weapon but the hand", non è facile neanche per Barbieri: "A posteriori posso trovare delle similutidini con certe cose dei Massive Attack, o di Peter Gabriel. Ma non è mai una scelta cosciente e le mie fonti di ispirazione stanno altrove. Nei paesaggi, ad esempio, o nei film. Sono un grande fan di Stanley Kubrick e del suo modo di intendere i film come opere d'arte, come dipinti: penso a 'Barry Lyndon', con quelle scene illuminate solo dalla luce solare o dalle candele. Ma anche a 'Eyes wide shut', alla sua atmosfera tenebrosa e claustrofobica. In un pezzo del disco, 'Lifting the lid', ho cercato proprio di cogliere un feeling tenebroso ma delicato, descrivendo un microcosmo minuto e racchiuso in se stesso.  Avevo detto a Steve che non volevo nessuna voce, ma lui l'ha voluta ascoltare lo stesso e non ha resistito alla tentazione di scrivere dei versi. Ha funzionato, perché ha cercato di rendere la sua voce  altrettanto 'piccola' dimostrandosi sensibile al mood del brano. Il cinema, come ti dicevo, è una grande fonte di ispirazione: un altro esempio è la versione cinematografica che Orson Welles fece del 'Processo' di Kafka,  quel mondo onirico fatto di tunnel claustrofobici mi ha suggestionato molto". 

Quando è entrato in azione, Hogarth? "Ho scritto queste musiche apposta per lui, ma dopo avergli consegnato il materiale me n'ero dimenticato.  Speravo che ne avrebbe fatto qualcosa ma non sapevo davvero cosa aspettarmi. Per molto tempo, infatti non è successo niente. Ma improvvisamente, l'anno scorso, ha cominciato a restituirmi i pezzi, uno ogni due o tre giorni,  completi di testo e di tracce vocali. Steve aveva finalmente trovato il tempo e si era chiuso in studio a completare il progetto. E ha lasciato la sua impronta, talvolta trasformando i brani in qualcosa di completamente diverso.  'A cat with seven souls', per esempio, è diventata davvero strana e interessante. Viceversa, quando ho ascoltato la voce e il testo di 'Red kite', il primo pezzo che avevo composto per il disco, ho pensato che era proprio quello che mi aspettavo di sentire. Forse è l'unico brano in cui la voce di Hogarth è immediatamente riconoscibile e richiama lo stile dei Marillion".

Mai lavorato insieme nello studio, dunque? "No, e credo che sia stato meglio così perché questo metodo ci ha consentito di preservare la purezza dei nostri intenti. Due persone che esprimono se stesse, senza intrusioni di sorta: se avessimo lavorato insieme avremmo cominciato a discutere delle nostre idee, il coinvolgimento sarebbe stato eccessivo e i nostri sforzi sarebbero risultati annacquati. Quando lavori in studio con qualcun altro le idee circolano e fanno in fretta a prendere una forma diversa. L'intenzione originale svanisce e quello che rimane è una versione differente. Così, invece, è emerso il nostro puro istinto. Ed è questo che ha funzionato". 

A quel punto è toccato agli "special guests". "Danny Thompson, Arran Ahmun e Chris Maitland sono  venuti in studio con me, mentre Steve era in tour con i Marillion. Quanto a Dave Gregory (l'ex chitarrista degli XTC), lo volevo a tutti i costi e l'ho individuato subito come terzo pilastro del progetto.  Desideravo conoscere la sua opinione, gli ho chiesto di  arrangiare gli archi, di suonare un po' la chitarra e anche il basso...Anche lui ha lavorato a casa, per conto suo, aggiungendo dove lo riteneva necessario. Gli altri hanno fatto un cameo, ma il suo è stato un contributo essenziale.  Dave è un tipo molto solitario che ama starsene appartato e che oggi non lavora molto.  E' parecchio tempo che non  pubblica nulla ed è un peccato. E' un grandissimo talento, ma credo che abbia bisogno di essere motivato". 
 
Spontaneo chiedersi, data la sua genesi e la sua natura, se "Not the weapon but the hand" sia un progetto one-off, e se verrà mai portato su un palco..."A me e Steve piacerebbe fare un altro disco insieme", risponde Barbieri, "ma non è una cosa realizzabile in fretta o facilmente. Magari dovrà passare un paio d'anni prima che si ripresenti una possibilità. Abbiamo scartato solo tre pezzi dal disco e uno di questi, 'Intergalactic', dovrebbe essere presto disponibile come download. Non lo abbiamo messo sull'album perché non era in sintonia con il clima generale: è un pezzo molto dinamico, e per me scrivere musica dinamica è sempre difficile! Credo che il pubblico potrà trovarlo interessante, è una sorta di space rock piuttosto bizzarro. Ci piacerebbe proporre l'album dal vivo ma non è facile: non è musica complicata da suonare ma è difficile ricreare quei suoni, soprattutto perché non vorremmo usare nastri preregistrati o computer. Ci vorrebbero diversi musicisti e anche più cantanti, dal momento che nel disco ci sono spesso sovrapposizioni vocali e armonie.  Una soluzione ci sarebbe, si tratta solo di trovare il tempo".

Intanto i Porcupine Tree, continuano a essere in stand-by? "A dire la verita lo siamo da parecchio tempo, ormai. Pensavamo di iniziare a registrare un nuovo album più o meno in questo periodo, ma un paio di mesi fa Steven ci ha informato che voleva fare una seconda tranche di concerti per il suo disco solista. Il che significa far slittare i programmi di almeno altri sei mesi: credo che inizieremo a scrivere insieme il nuovo materiale dopo l'estate. A me non dispiace affatto. Non sono come lui, che sente l'esigenza di far musica 24 ore al giorno.  Non mi occupo di musica a tempo pieno, so stare anche sei mesi senza toccare uno strumento o comporre un pezzo e  non ne sento la mancanza. Però mi piace programmare nuovi suoni, esplorare nuovi strumenti e cambiare set up di tanto in tanto per trovare nuova ispirazione. Sto giusto per comprarmi qualche vecchia apparecchiatura analogica e un po' di nuovo software. Ho voglia di cambiare i miei giocattoli". 

 

 




 




 

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