Credits: Luigi Rizzo / Concessione in uso a Rockol
Nella categoria ‘nomi bizarri’, i Turin Brakes hanno sicuramente diritto ad un posto di primo piano. I “Freni di Torino” arrivano dall’Inghilterra; e non sono stati pagati da una nota casa automobilistica locale. “Il nome suonava bene, tutto qua. Non siamo mai stati a Torino, ma ci andremo presto”, spiega al telefono a Rockol Gale Paridjanian, metà del gruppo insieme a Ollie Knigths.
Chi ascoltasse il loro pregevole disco d’esordio “The optimistic LP” senza sapere nulla del gruppo, potrebbe facilmente pensare che il duo sia americano, magari figlio del folk-rock più tradizionale. Invece no. I Turin Brakes arrivano dal sud di Londra. “Siamo inglesi ma suoniamo americani, lo so… non è una cosa voluta”, commenta Gale. “Ogni tanto ci interroghiamo al proposito. L’unica cosa che posso dire è che abbiamo ascoltato gente come Joni Micthell e Leonard Cohen, ma anche Prince. Cerchiamo di fare una musica che si possa cantare non solo a Londra o a Manchester, ma sul porticato di qualche vecchia casa nel Tennessee. E’ una sorta di ricerca di evasione da una città grigia come Londra. Ma la nostra musica è ispirata dal posto in cui siamo cresciuti e viviamo, ovviamente…”.
Gale e Ollie si sono incontrati al liceo e hanno suonato assieme fin da allora. Nel 2000 esce per una piccola etichetta l’EP “The state of things”. “Da li in poi ci siamo fatti un nome, anche suonando dal vivo. Siamo stati cercati da un po’ di case discografiche finché la Source (etichetta del gruppo Virgin, Ndr) non ci ha messo sotto contratto. Così abbiamo pubblicato il nostro primo disco”, spiega Gale.
“Avevamo un titolo prima di iniziare a lavorarci”, continua. “Mi piace l’atmosfera che crea, e il contrasto con i suoni. Qualcuno può pensare che la nostra musica non sia troppo felice, ma non è così, e ci piaceva sottolinearlo con il titolo del disco…”. Per le loro atmosfere acustiche, infatti, i Turin Brakes sono stato inseriti insieme a gruppi come Kings of Convenience nella fantomatica “new acoustic movement”. “Questa scena folk era per noi sconosciuta fino a tre mesi fa, quando tutti hanno iniziato a parlarne. Se facciamo parte di questo movimento, è qualcosa di inconscio… Ma non ho mai pensato alla mia musica come ‘folk’, come credo sia capitato a molta gente che è stata inclusa in questo movimento”, chiosa Gale.
Chi ascoltasse il loro pregevole disco d’esordio “The optimistic LP” senza sapere nulla del gruppo, potrebbe facilmente pensare che il duo sia americano, magari figlio del folk-rock più tradizionale. Invece no. I Turin Brakes arrivano dal sud di Londra. “Siamo inglesi ma suoniamo americani, lo so… non è una cosa voluta”, commenta Gale. “Ogni tanto ci interroghiamo al proposito. L’unica cosa che posso dire è che abbiamo ascoltato gente come Joni Micthell e Leonard Cohen, ma anche Prince. Cerchiamo di fare una musica che si possa cantare non solo a Londra o a Manchester, ma sul porticato di qualche vecchia casa nel Tennessee. E’ una sorta di ricerca di evasione da una città grigia come Londra. Ma la nostra musica è ispirata dal posto in cui siamo cresciuti e viviamo, ovviamente…”.
Gale e Ollie si sono incontrati al liceo e hanno suonato assieme fin da allora. Nel 2000 esce per una piccola etichetta l’EP “The state of things”. “Da li in poi ci siamo fatti un nome, anche suonando dal vivo. Siamo stati cercati da un po’ di case discografiche finché la Source (etichetta del gruppo Virgin, Ndr) non ci ha messo sotto contratto. Così abbiamo pubblicato il nostro primo disco”, spiega Gale.
“Avevamo un titolo prima di iniziare a lavorarci”, continua. “Mi piace l’atmosfera che crea, e il contrasto con i suoni. Qualcuno può pensare che la nostra musica non sia troppo felice, ma non è così, e ci piaceva sottolinearlo con il titolo del disco…”. Per le loro atmosfere acustiche, infatti, i Turin Brakes sono stato inseriti insieme a gruppi come Kings of Convenience nella fantomatica “new acoustic movement”. “Questa scena folk era per noi sconosciuta fino a tre mesi fa, quando tutti hanno iniziato a parlarne. Se facciamo parte di questo movimento, è qualcosa di inconscio… Ma non ho mai pensato alla mia musica come ‘folk’, come credo sia capitato a molta gente che è stata inclusa in questo movimento”, chiosa Gale.
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