HitWeek 2011, si torna a casa: le considerazioni di Rockol

Non ci sarebbe niente di più banale e inutile, a giochi fatti, che lanciarsi nell'agiografia spicciola e rimarcare quanto meritoria e lodevole sia un'iniziativa come HitWeek: che stare in giro una settimana negli USA a promuovere il panorama rock (e non solo) tricolore sia lavorare (divertendosi) ad un'ottima causa non ci vuole salire su un aereo ed andare a controllare di persona, per capirlo. Il fatto, a ben vedere, è un altro: ad oggi, HitWeek è (ancora) un qualcosa riservato agli addetti ai lavori. E perché questa manifestazione si compia in pieno (e porti a termine quella che - dichiaratamente - è la sua funzione primaria) deve cessare quanto prima di esserlo. Come possa riuscirci ce l'hanno spiegato in tanti, in questi giorni: artisti, discografici e persino istituzioni, per una volta, si sono uniti in una dichiarazione di intenti comune, ovvero fare sistema e portare nel mondo tutta la musica che risuona nello stivale, non solo i blockbuster che all'estero si aspettano da noi. Il raggiungimento dell'obbiettivo, ca va sans dire, non è dietro l'angolo, e domanderà a tutti gli attori sulla scena - appunto artisti, discografici e istituzioni - un tributo in termini di impegno, fatica e soldi.

Cominciamo dagli artisti: la prova sul campo, durante la tre giorni a Miami alla quale abbiamo assistito, li ha promossi a pieni voti. Non tanto per la qualità delle esibizioni - della quale, tecnicamente, abbiamo già riferito - ma per lo spirito tenuto nell'affrontarle. Vedere big che in patria riempiono con facilità palasport se non addirittura piazze intere aggredire con la foga di una band delle superiori un palco piazzato davanti ad un paio di centinaia di persone è una cosa che rassicura, oltre che ad essere molto istruttiva. Rassicura sul fatto che certi risultati si ottengano solo quando due fattori entrano in gioco: talento e determinazione. Uno dei due da solo non basta. Questo weekend abbiamo avuto la conferma che i nostri big siano arrivati dove sono per merito, senza trucchi, e che quindi il salto dalle assi nazionali a quelle estere possa essere compiuto molto agevolmente. Istruisce - in primis la nuova generazione, quella che un domani prenderà il posto di Casacci, Alioscia eccetera - perché mostra quanto oltre l'umiltà di facciata ci voglia anche passione, quella vera, non quella per l'"hype" fine a sè stesso, quella che appunto porta a non cogliere la differenza tra una platea da 50 o da 5000 paganti, o tra una birra bevuta nel parcheggio di fianco al furgone e tra un ampio backstage con catering di lusso annesso: prenda nota chi parte con troppa voglia di arrivare, ricordandosi del motto "stay hungry" anche dopo aver comprato il computer o il cellulare.

Poi ci sono i discografici. Enzo Mazza, loro rapprensentante, ha indicato quella dell'espansione estera come unica via possibile, in uno scenario che vede un mercato interno sempre più asfittico se non addirittura in piena recessione. Non c'è dubbio che abbia ragione, ma nonostante il "sistema" che potrebbe crearsi (ma che ad oggi è più che altro un auspicio), all'industria del disco verranno chiesti sforzi che, al momento, deve ancora dimostrare di avere intenzione di compiere. Operazioni del genere presuppongono uno spirito pionieristico che ad oggi, francamente, le etichette maggiori sembrano aver perso. Non che sia tutta colpa loro, per carità: la situazione è quella che è, i soldi sono sempre meno e si fa quel che si può, compiendo le scelte che sembrano più giuste. Il guardare oltreconfine implicherà, operativamente, o dei tagli ad altri comparti o una consistente ridistribuzione dei carichi di lavoro negli organici delle label. E questo si potrebbe anche fare. Più difficile, al momento, è considerare un'operazione del genere per quello che è: in tanti giudicano HitWeek un lavoro che espliciterà i propri frutti tra qualche anno. Ora, le label - e nello specifico le major - avranno la lungimiranza di costruire mattone dopo mattone una realtà del genere senza inseguire la performance nel bilancio semestrale? Andandone del loro futuro, noi ce lo auguriamo. Soprattutto come relativo indotto.

E veniamo infine alle istituzioni. Lo stesso ministro Meloni ha dato dimostrazione di entusiasmo parlandone direttamente con noi, ma - cosa ancora più importante - ne ha dato segno tangibile stanziando dei fondi (così come Pugliasounds), mossa affatto scontata in tempi come questi. I tempi, appunto: gli anni che ci si parano davanti non promettono esattamente vacche grasse. Già, quest'anno, l'abolizione dell'Istituto Commercio Estero ha quasi dimezzato il budget assegnato, per lo più in pieno corso d'opera. E per l'anno venturo? Se l'istituzione - in quanto garante di prestigio che, in questo caso, emancipi il rock assurgendolo definitivamente ad arte - rimane un partner imprescindibile, auguriamoci che, pur con tutte le difficoltà del caso dovute al risanamento dei conti pubblici, la voglia di "riportare l'Italia ad essere un Paese esportatore di cultura" rimanga sempre. Nonostante i tagli agli enti, alle scuole, alle università, alla ricerca e a tutto il resto. Perché con la cultura si potrebbe mangiare, e anche bene, se solo guardassimo poco più in là. Ma questo, probabilmente, è un discorso più grande di noi...
(dp)
 

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