Credits: Vincenzo Nicolello / Concessione in uso a Rockol
Il tempo è brutto in Scozia, anche se non piove. Ma questo non fa molta differenza; perché in questi giorni, anche dalle finestre della redazione di Rockol il cielo di Milano è color ghiaccio sporco. Riusciamo così ad immedesimarci meglio mentre contattiamo telefonicamente il cantante del controverso duo scozzese Arab Strap, Aidan Moffat. Nonostante ci dividano molti chilometri, nonostante l’erba qui sia molto meno rigogliosa che a Glasgow; nonostante un disco cupo e diretto come il loro ultimo “The red thread” possa forse essere ‘sentito’ veramente solo da chi ha vissuto tra i muri di pietra scura degli edifici scozzesi. Una voce femminile ci comunica, in italiano, che Aidan è assente a causa di problemi in famiglia; così ci viene passato il suo alter-ego, il chitarrista Malcolm Middleton.
Aidan e Malcolm attirano l’attenzione ancora prima che si riesca ad ascoltare la loro musica, grazie a due semplici parole: Arab Strap. “L’Arab Strap è essenzialmente…”, tentenna Malcolm imbarazzato quando gli si chiede il significato di quelle due parole, “…un accessorio eccitante per prolungare l’erezione durante il rapporto sessuale. Aidan ne ha uno, l’ha scoperto lui, usandolo poi per un po’ di anni, in passato”. Malcolm, con la sua ‘terribile’ R rotante simile a quella di molti nostri compatrioti, continuerebbe forse a parlare di quello, anche se oltre al sesso, gli interessa la musica. “Aidan e io ci siamo incontrati dieci anni fa perché frequentavamo gli stessi pub e club e da lì è nato tutto. Siamo letteralmente piombati uno addosso all’altro e abbiamo iniziato a suonare insieme. E “The red thread” rappresenta appunto l’ultimo capitolo di un discorso ben preciso. Quella sottile linea rossa che attraversa il libretto del CD, passando sul disco e girando poi tutt’attorno alla confezione è ciò che unisce i nostri quattro dischi legandoli tra di loro. Questo disco chiude appunto il cerchio”.
L’occhio scappa inevitabilmente, mentre Malcolm racconta la storia di “The red thread”, sulla copertina dell’album, dove alcuni cavalli, scomposti in macchie di colore dalle tonalità calde, corrono nel vento. “L’artista di quel dipinto, che in realtà non è un’opera libera ma una di quelle tele che compra la gente che vuole imparare a dipingere, già suddivisa in segmenti da colorare, è stato fatto dalla madre di Aidan, circa tre anni fa”.
La conversazione si stringe poi attorno all’ossatura dell’ultimo lavoro, fatto di testi che potremmo definire veristi, rivestiti di pochi e scarni suoni acustici, come un indumento totalmente strappato addosso a un manichino. “I nostri dischi”, racconta deciso Malcolm, “sono quasi parlati. Recentemente la nostra musica si è fatta più melodica, ma Aidan non ha mai frequentato alcuna scuola per imparare a cantare, così ha sviluppato questo particolare modo per raccontare le nostre storie. Lui non è ispirato da nulla quando scrive i testi, semplicemente perché tutto quello che si legge è vero. Storie vissute, eventi particolarmente crudi che riempiono le nostre vite, celebrate da rapporti travagliati con le ragazze, le scorribande al pub e la birra…”. Birra che, menzionata da uno scozzese, scorre tradizionalmente a fiumi.
Aidan e Malcolm attirano l’attenzione ancora prima che si riesca ad ascoltare la loro musica, grazie a due semplici parole: Arab Strap. “L’Arab Strap è essenzialmente…”, tentenna Malcolm imbarazzato quando gli si chiede il significato di quelle due parole, “…un accessorio eccitante per prolungare l’erezione durante il rapporto sessuale. Aidan ne ha uno, l’ha scoperto lui, usandolo poi per un po’ di anni, in passato”. Malcolm, con la sua ‘terribile’ R rotante simile a quella di molti nostri compatrioti, continuerebbe forse a parlare di quello, anche se oltre al sesso, gli interessa la musica. “Aidan e io ci siamo incontrati dieci anni fa perché frequentavamo gli stessi pub e club e da lì è nato tutto. Siamo letteralmente piombati uno addosso all’altro e abbiamo iniziato a suonare insieme. E “The red thread” rappresenta appunto l’ultimo capitolo di un discorso ben preciso. Quella sottile linea rossa che attraversa il libretto del CD, passando sul disco e girando poi tutt’attorno alla confezione è ciò che unisce i nostri quattro dischi legandoli tra di loro. Questo disco chiude appunto il cerchio”.
L’occhio scappa inevitabilmente, mentre Malcolm racconta la storia di “The red thread”, sulla copertina dell’album, dove alcuni cavalli, scomposti in macchie di colore dalle tonalità calde, corrono nel vento. “L’artista di quel dipinto, che in realtà non è un’opera libera ma una di quelle tele che compra la gente che vuole imparare a dipingere, già suddivisa in segmenti da colorare, è stato fatto dalla madre di Aidan, circa tre anni fa”.
La conversazione si stringe poi attorno all’ossatura dell’ultimo lavoro, fatto di testi che potremmo definire veristi, rivestiti di pochi e scarni suoni acustici, come un indumento totalmente strappato addosso a un manichino. “I nostri dischi”, racconta deciso Malcolm, “sono quasi parlati. Recentemente la nostra musica si è fatta più melodica, ma Aidan non ha mai frequentato alcuna scuola per imparare a cantare, così ha sviluppato questo particolare modo per raccontare le nostre storie. Lui non è ispirato da nulla quando scrive i testi, semplicemente perché tutto quello che si legge è vero. Storie vissute, eventi particolarmente crudi che riempiono le nostre vite, celebrate da rapporti travagliati con le ragazze, le scorribande al pub e la birra…”. Birra che, menzionata da uno scozzese, scorre tradizionalmente a fiumi.
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