E' successo nel 2000: 15 novembre

E' successo nel 2000: 15 novembre
Il ritorno dei Waterboys, tra presente, passato e futuro (15 novembre 2000)

Non è cambiato, Mike Scott. Stessa faccia da ragazzo cresciuto troppo in fretta. Stessa chioma spettinata degli anni ’80. E stessa voglia di fare musica, in modo onesto e diretto. Recentemente, dopo sette anni e due dischi sollisti, è tornato con i Waterboys, con i quali ha pubblicato un disco come “A rock in the weary land”, dignitoso, ma non ai livelli di cotanto nome. Infatti, sarebbe più giusto dire che si è riappropriato del nome, più che avere riformato la band, di cui attualmente è l’unico membro originario.

Ieri, 14 novembre, i Waterboys sono passati da Milano per un'unica data italiana. E Mike Scott, prima del concerto, ha spiegato che il ritorno della band è un progetto a lungo termine dettato dalla voglia di fare musica con un gruppo, non la bizza di un artista o un tentativo di sfruttare un nome. “Il prossimo disco dei Waterboys sarà costituito dalla pubblicazione delle session inedite di ‘Fisherman’s blues’, il prossimo agosto o settembre”, ha spiegato a Rockol; “canzoni che nessuno ha mai sentito, canzoni che ho inciso in Irlanda in quel periodo, alla fine degli anni ’80, e che sono molto diverse dal suono folk-rock poi emerso sul disco. Sto scrivendo canzoni e dopo di allora tornerò a fare un nuovo disco di studio. Coinvolgerò anche Steve Wickham (il violinista di ‘Fisherman’s blues’, ndr) perché ho spesso lavorato con lui negli ultimamente. Attualmente ha una sua band in Irlanda, ma suoneremo di nuovo assieme”.

I Waterboys attuali, però sono un’altra cosa.

Qualche incursione nella musica acustica, ma soprattutto puro rock elettrico, suonato con una vera band (Scott stesso alla chitarra, due tastieristi/pianisti, basso e batteria), che dal vivo gira persino meglio che su disco. Il repertorio è composto equamente da brani dell’ultimo lavoro e da classici come “Glastonbury song”, “Don’t bang the drum” e “The whole of the moon”. Nessuna canzone dai dischi solisti, ma solo perché “le ho suonate troppo negli anni passati”, come aveva spiegato prima del concerto. “Nello scegliere canzoni non c’è differenza tra ciò che ho scritto come solista e ciò che ho scritto per la band, sono tutte canzoni mie. Cambia il modo di impostare la band, questo sì.” E questo, gli va dato atto, è un tentativo riuscito, perché sul palco Scott da tutto sé stesso e riesce a ricreare la magia dei Waterboys anche con gli attuali nuovi musicisti. .


Unico neo della serata, il pubblico poco numeroso per un gruppo che forse è considerato troppo legato al passato, più che al presente. “Il mio pubblico? Non so se sia cambiato”, aveva detto a Rockol prima del concerto. “Certo è che c’è uno zoccolo duro che mi segue da anni, ma credo che a molti non sia piaciuta la svolta intimista di ‘Bring ‘em all in’, il mio primo disco solista. Forse a qualcuno, specialmente chi è legato al suono di ‘Fisherman’s blues’, non sarà piaciuto quest’ultimo disco, perché è troppo duro. La prossima estate suonerò ai festival, in mezzo alle band più giovani e vedremo. Non voglio solo i vecchi fan, voglio conquistarne di nuovi.”. Visto come ancora tiene il palco, non si può dubitare che sarà in grado di farlo.
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