Biagio Antonacci racconta le sue canzoni

Biagio Antonacci racconta le sue canzoni
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: “Tra le mie canzoni”, il nuovo disco di Biagio Antonacci uscito il 3 novembre, non è un greatest hits. Anzi, alcuni dei suoi cavalli di battaglia non sono inclusi nella tracklist, a favore di brani minori della sua produzione, “cose meno famose per voi, ma altrettanto care per me”, come scrive Antonacci nelle note che accompagnano il disco. “Tra le mie canzoni” è un disco che nasce con una doppia anima: da un lato intimo, dall’altro “pubblico”. Dieci anni di carriera (“Sono cose che capitano” è del 1989) sono rivisitati con nuove versioni di canzoni già pubblicate, ripresentate qui in una veste essenziale, acustica, con chitarra e voce (“Danza sul mio petto”) o pianoforte e voce (“Non so più a chi credere”), svelando appieno la componente cantautorale della musica di Biagio Antonacci; dall’altro, una serie di brani vengono riproposti in versione live (“Non è mai stato subito”), a testimoniare anche la componente rock che appartiene al DNA di questo artista. A questi brani del suo repertorio vanno aggiunti tre inediti (“Guardami”, “Ti ricordi”, “Le cose che hai amato di più”), una scelta che Antonacci spiega dicendo: “Anche se nuove, mi sembravano adatte a stare insieme alle altre”.
Presentando il disco alla stampa, nella cornice del teatrino della Villa Reale di Monza, Biagio Antonacci ha deciso di sottolineare la doppia anima di questo lavoro, presentando prima alcuni estratti video di sue esibizioni live, poi un clip con alcuni brani rivisitati con la sua band (“Danza sul mio petto”, C’è ancora qualcuno”, “Ti ricordi perché…?” – quest’ultimo prossimo singolo) e infine esibendosi da solo, imbracciando la chitarra per “Si incomincia dalla sera” e “Quanto tempo e ancora” e sedendosi al pianoforte per “Se è vero che ci sei”, “Se io se lei” e “Le cose che ho amato di più” (primo singolo del disco). E di quest’ultimo brano Antonacci spiega: “E’ l’unica canzone che è davvero dedicata a me. Cioè, di me parlo spesso nelle canzoni, ma senza mai essere davvero autobiografico. Questo brano invece parla di me, ritorna a certe cose del mio passato, quando portavo una camicia azzurra con dei bizzarri bottoni che tutti mi chiedevano di cambiare. Ho sempre pensato che guardare al passato fosse importante. Forse non lo è così tanto. Il fatto è che certe cose non tornano più e questo mi mette addosso una certa malinconia”. Solo sul palco, illuminato da un faro, Biagio Antonacci ha suonato per mezz’ora, offrendo ai presenti l’occasione di ascoltare quello che la canzone di un cantautore è quando nasce: voce e pochi arpeggi ad accompagnarla. “E’ la prima volta che faccio ascoltare le mie canzoni in questa veste. E’ così che viene fuori quanto siano importanti i testi, che si legano a pochi accordi, anche perché più di tanto non so suonare”, ha spiegato Antonacci ai presenti.
Un’esibizione che, complice anche l’ambientazione, è stata raccolta, intima, in certi passaggi suggestiva, proprio per la sua essenzialità da confessione in musica. E il disco cerca in parte di fissare lo stesso spirito: “Questo album è un punto nella mia carriera. Non un punto di arrivo o di partenza: semplicemente un punto. Uno squarcio sulle mie canzoni come sono nate, accompagnate dal minimo indispensabile”.
Quanto ai progetti per il prossimo futuro, Antonacci non si sbottona più di tanto e rivela che è in lavorazione il video di “Le cose che ho amato di più” che lo vede collaborare con Vittorio Storaro, direttore della fotografia più volte premio Oscar.
Dall'archivio di Rockol - Biagio Antonacci racconta "Dediche e manie"
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