Toploader: l’orgoglio di fare musica facile

Il loro album di debutto, “Onka’s big moka” è uscito lo scorso 22 maggio, ma è stato da poco ripubblicato con l’aggiunta del nuovo singolo, “Hold on”. In Inghilterra il brano sta andando forte in classifica, complice la massiccia attività live che li ha visti impegnati durante l’estate, con tanto di partecipazione al festival di Glastonbury e tour come supporter di Bon Jovi. Loro sono i Toploader, formazione nata nel 1997 a Estbourne, località marittima nota per il clima mite che ne fa la meta prediletta delle vacanze di molti pensionati inglesi. “Un posto tranquillo, un po’ troppo tranquillo,” scherza Joe Washbourn, cantante e tastierista della formazione. E’ in un pub di Eastbourne che Joe incontra il batterista Rob Green, il chitarrista Dan Hipgrave e il bassista Matt Knight, che danno vita al nucleo originario dei Toploader cui si aggiunge in seguito il chitarrista Julian Deane. L’assenza di una scena musicale locale cui aderire permette al gruppo di sviluppare fin da subito un’attitudine verso il comporre canzoni che non si lega a nessuna moda in particolare – e insieme ne segue molte – e che punta invece sulla melodia e sulla gradevolezza dei pezzi, che spaziano tra generi e ispirazioni diverse. “La nostra musica è pop, con un po’ di rock, di soul e di funk”, spiega Rob. “Soprattutto, però, la nostra musica è facile da ascoltare. Non è ‘Ok computer’, per intenderci, è qualcosa di volutamente molto più disimpegnato, leggero e vario. E’ musica che, una volta messa sul piatto, mette addosso la voglia di divertirsi. O almeno speriamo”.
Con un nome che è mutuato da una particolare tecnica di rollare le sigarette (“Ma ora abbiamo i soldi e ce le compriamo”), i Toploader fanno le loro prime esperienze davanti al grande pubblico come supporter di Paul Weller nel suo tour del 1999. Seguono una serie di esibizioni dal vivo, tra cui un concerto per il Kosovo a fianco di Travis e Stereophonics. Al loro album di debutto, preceduto dai singoli “Achilles heel” e “Dancing in the moonlight”, lavora Dave Eringa, produttore dell’ultimo album dei Manic Street Preachers. “L’album lo abbiamo realizzato in sei settimane,” spiega Joe. “Lo abbiamo registrato in un mese e mixato in due settimane agli studi di Abbey Road. E’ stato un periodo stressante ma molto creativo”. Quanto al bizzarro titolo, “Onka’s big moka”, è Julian a spiegarne l’origine: “Studiavo antropologia all’università e mi sono imbattuto nella storia di Onka, un capo indigeno della Nuova Guinea che per dimostrare la propria grandezza dava tutti i suoi beni agli altri. Mi ha colpito la faccenda che la sua grandezza era nel dare, non nell’accumulare. In fondo, il nostro album può essere letto simbolicamente come un gesto del genere”. “E’ vero”, aggiunge Joe. “Anche dall’immagine della copertina, con il cancello aperto, diamo l’idea di voler far entrare chi ci ascolta nel nostro mondo musicale, condividere il nostro piacere nel suonare canzoni”.
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