Arrivano i Miles e il loro 'mondo perfetto'

Esce domani, 28 settembre, il terzo disco dei Miles, la band tedesca composta da Tobias Kuhn, Mike Silver, Ronny Rock e Renè Hartmann. Il cd si intitola semplicemente “Miles”, perché “adesso possiamo dire di essere in grado di fare della buona musica, della musica che rappresenti ciò che noi vogliamo dire: chi ascolterà questo cd potrà dire di avere ascoltato la musica dei Miles”, spiega il leader della band Tobias, che Rockol ha incontrato a Milano.
Fino ad oggi la band ha seguito un percorso potremmo dire da autodidatti: tutti tranne Ronny, il batterista hanno imparato a suonare… suonando, appunto.
La storia dei Miles inizia dieci anni fa, quando Mike e Tobias, 15enni compagni di scuola, decisero di mettersi assieme per suonare, come spesso avviene a quell’età. Da lì a poco si aggiunsero Ronny (batterista) e Renè (bassista). Gli esordi furono come quelli di tanti: demo tapes inviati a varie case discografiche, e tante porte chiuse. Tanto che con Sigi Schuller, loro manager, decisero di creare un’etichetta, la Spool Records, con la quale pubblicarono il primo disco “Baboom” (1994). Seguì “The day I vanished” (1998).
Oggi, anticipato dall’uscita dei due singoli “Perfect world” e “Sonic 2000” sono pronti il disco nuovo e il tour che li porterà in giro per tutta Europa (Germania, Austria, Olanda, Svizzera e Italia) e in Giappone: “i giapponesi –spiega Tobias– sono abituati a vivere in una società che tende a reprimere l’individuo, perciò sono più propensi ad ascoltare generi musicali diversissimi tra loro”.
Non per distinguersi dalla grande massa, i Miles fanno propri generi musicali diversissimi tra loro come rock, pop e indie. “È stato un approdo naturale: ognuno di noi contribuisce alla realizzazione del disco, chi scrivendo i testi delle canzoni, chi arrangiando la parte strumentale, chi lavorando al nostro sito internet www.miles-music.net”. E il risultato è una fusione armonica di questi generi, a partire da “Perfect world”, che per certi può sembrare un trait d’union tra i Beatles e i Pet Shop Boys, fino a “Bogota”. E se gli si chiede se li secca essere soggetti a continui confronti rispondono: “sappiamo che è un pallino dei giornalisti, come sappiamo che quando ascoltiamo la nostra musica è completamente diversa da quella cui ci paragonano”.
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