Il sound spagnolo devasta l’estate

Il sound spagnolo devasta l’estate
Ci pensa Maurizio Assalto, sul quotidiano la Stampa, ad andare controcorrente rispetto alla ola latina che tutto travolge, con un pezzo divertente che vi riproponiamo integralmente: “ CORAZON, mi amor, depende. La cabeza, la cerveza, la guapa. Baila guapa, guapa loca, vida loca. La noche, la playa, me gusta, te quiero, me cago en el amor, para no verte mas. Baila baila baila... Clic. «Non sopporto i cori russi la musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese...» enumerava, un bel po’ di anni fa, quello spiritaccio idiosincratico di Franco Battiato. Se si trattasse di riproporre oggi quel refrain, aggiornato alla prima estate del nuovo millennio, o all’ultima del vecchio, ci permetteremmo di suggerire un’aggiunta: la musica ispano-latino-americana. O meglio: le canzoni. Non i venerandi (un po’ noiosi) grandi vecchi cubani, Dio ne scampi, ma tutto quello spagnoleggiante pappagallamento furbastro di carotoni e smandrappone che ti assale a tradimento in ogni istante. Perché hai un bel tenerti alla larga dalle discoteche e dai locali all’aperto, fuggire come la peste i festivalbar e gli spettacolini televisivi: la pugnalata ti arriva alla schiena mentre attraversi la strada, dal finestrino abbassato di un’auto che sfreccia col rosso o indugia col verde, dalle megacasse acustiche incorporate nell’arnese che qualcuno si è portato appresso fin nella baietta isolata che ti sei conquistato, arrancando su sentieri scoscesi e rocce pungenti. O, più sottilmente beffarda, dalla radio che accendi per ascoltare un notiziario, e che di colpo fa le bizze, in un ronzio sussultante perde la sintonia, si risintonizza da sola sul tambureggiante corazón mi amor baila guapa . È il nuovo marchio di appartenenza, la parola d’ordine che chiama a raccolta le truppe cammellate degli sgomitanti «affluenti» estivi. Una strizzatina d’occhio, un cenno d’intesa, chi c’è c’è (se non ci sei, affaracci tuoi). L’idioma di Cervantes come lingua franca dell’insulsaggine vacanziera. Come se non si potesse più concepire Sole&Mare senza la debordante colonna sonora. Addirittura si è arrivati al ridicolo (al tragico?) di annettere allo spagnolesco repertorio una delle più belle canzoni del grande Manos Hatjidakis, resa celebre da Melina Mercouri: così che “Ta pedia tou Pirea” - i ragazzi del Pireo, struggente inno alla vitalità pulsante nelle strade del porto ateniese, risplendente di luce egea, risonante di pacata grazia ellenica - è stata stuprata, nell’anno diaboli 1998, nella beceraggine di “No tengo dinero” . Come - per restare in zona - prendere la Venere di Milo e farla rivestire da Jean-Paul Gaultier. Viene da rimpiangere il conformismo anglofono che un tempo imperversava senza eccezioni, la disco, il funkie, il finto rock il free jazz punk inglese. Il revival dei «magnifici anni 60». Il revival dei «favolosi anni 50». La canzone napoletana, toh. Con una tentazione estrema: rinunciare alle vacanze, chiudersi in casa, lasciar perdere mare spiagge solleone radio e tv. Tutto (tranne magari qualche buon libro): para no escucharte mas.
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