La loro canzone del momento si intitola “Para no verte màs” e, oltre a scaldare l’atmosfera di uno spot pubblicitario di quelli che passano ogni due minuti, è pressoché impossibile da evitare ascoltando la radio. Loro si chiamano Mosca Tsé Tsé, sono in 12, arrivano dall’Argentina guidati dal look e dagli occhialoni modello “The fly” del cantante Guillermo Novellis, ma ci tengono a dire che nel gruppo non comanda nessuno, o meglio, che tutti contano allo stesso modo. Formatisi nel 1995 a Ramallo, un paese dell’entroterra argentino a circa 200 chilometri di Buenos Aires, quelli della Mosca hanno pubblicato un primo album nel 1997: si intitolava “Corazones antarticos” e se la prendeva con i cuori freddi di quanti avevano riconfermato al potere Carlos Menem e la sua ricetta neoliberista, nonostante la povertà dilagasse nel paese.
Quell’album conteneva un brano di grande successo, intitolato “Tranquillo Venanzio”, che contribuì, se non a farli conoscere, a far canticchiare nel paese la loro musica, convincendo la EMI argentina a rinnovare loro il contratto per un nuovo album. E così nel 1999 in Argentina esce “Visperas de carnaval”, “Vigilia di carnevale”, altro titolo speranzoso e imparentato con tematiche sociali e politiche, laddove il gruppo spera che, nonostante i tempi grami, il domani sia migliore dell’oggi. E’ proprio questo album a contenere due hits come “Yo te quiero dar”, dal ritornello perfetto per lo stadio al punto da essere cantato a squarciagola dai tifosi di idioma spagnolo in America Latina così come in Spagna durante una partita di cartello come Valencia – Real Madrid, e, ancora più clamoroso, “Para no verte màs”, singolo già adottato dalla pubblicità e capace di far impennare le vendite del loro album, che adesso viaggiano intorno alle 300mila copie in tutto il mondo. Incontrarli a Milano in un ristorante toscano, vederli assistere alla sfilata delle portate continuando a ripetere “Buena comida!”e trasformando una cena in una festa che procede a suon di brindisi – è il compleanno di uno dei componenti del gruppo – è divertente almeno quanto è interessante ascoltarli parlare.
Sono soprattutto Guillermo e Ruben, autori dei testi l’uno e di buona parte delle musiche l’altro, a raccontare la storia della band, lasciando liberi gli altri di scatenarsi nella festa: “Siamo stati molto fortunati. Solo due anni fa lavoravo in fabbrica”, ammette Guillermo, “e oggi eccomi qua, a Milano”. “La storia della nostra band è molto semplice, perché è la storia di un gruppo che ama la musica e ha creduto tantissimo nella sua forza”, continua Ruben. “In Argentina le cose sono andate bene quasi da subito, soprattutto con il secondo album, e da lì il nostro successo si è esteso in tutto il sudamerica: mentre facevamo progetti su cosa fare, la nostra canzone ha viaggiato più velocemente di noi, ed è arrivata in Spagna, dove il pubblico è letteralmente impazzito. A quel punto c’era da visitare l’Europa, e così siamo arrivati qui da voi. In questo momento siamo già chiusi in studio di registrazione a Madrid, per mettere giù le nuove canzoni, ma continuiamo a fare promozione in Italia e stiamo iniziando a conoscere il Portogallo, dove il nostro album si sta facendo conoscere. Nel frattempo sta per uscire il nostro nuovo singolo, “Cha cha cha”, con un video che continuerà la storia di “Para no verte màs”.
Il successo vi ha cambiati? “Direi di no”, dice Guillermo. “il successo cambia la forma, ma non la sostanza. Oggi possiamo permetterci ristoranti costosi, e per converso abbiamo meno tempo da dedicare alle nostre famiglie e ai nostri amici, ma per il resto siamo sempre noi”. Da dove viene il nome della band? “La mosca è un gioco di carte che fanno i bambini, soprattutto quando non vogliono andare a scuola. Abbiamo aggiunto lo ‘tsé tsé’ quando ci siamo accorti che tutti i nostri ritmi arrivavano dall’Africa, esattamente come quella mosca: è stato un modo per pagare un tributo al mondo musicale che frequentiamo, a un continente che ha fornito i ritmi alla musica di tutto il mondo. Di fatto nella nostra musica trovi riferimenti al jazz, al reggae, alla salsa, al candombé”.
In che modo siete legati alla musica argentina più tradizionale? “I nostri testi sono quanto di più argentino esiste in circolazione. Da questo punto di vista il tango è una grande fonte di ispirazione”, dice ancora Guillermo. “Mio padre diceva sempre che il tango inizi a capirlo e ad apprezzarlo soltanto dopo i 40 anni. E’ a quell’età che hai sperimentato alcune perdite nella tua vita: il tradimento di un amico, quello di una donna, la perdita di un genitore o di una persona cara. La sofferenza del tango parla al cuore di chi ha già vissuto quelle sofferenze, i giovani non possono capire quei sentimenti”.
In che modo siete coinvolti nelle tematiche sociali che sembrano trasparire dai vostri testi? “Siamo molto arrabbiati nei confronti di come vanno le cose in Argentina, e di sicuro non siamo un gruppo frivolo, ma ci teniamo a parlare anzitutto e soprattutto da musicisti. Non abbiamo mai fatto parte di circuiti musicali alternativi, anche se stimiamo molto l’operato e la musica di un artista come Manu Chao. Quello che ci interessa è che la gente vada via dai nostri concerti un po’ più allegra di come vi era arrivata. E che comunque continui a pensare, come raccontiamo nella canzone “Sobre iluminados e iluminadores”: gli illuminati cui facciamo riferimento sono personaggi uni versali come Che Guevara, Ghandi, Kennedy, ma sopra di loro, e prima di loro, ci sono stati gli illuminanti, coloro che hanno permesso agli illuminati di agire in quel modo: cito ad esempio Carl Marx. E oggi non ci sono più né illuminanti né illuminati. E allora noi diciamo “state attenti, perché questo significa che vogliono farci credere che tutto va bene e intanto ci fottono”, conclude Guillermo con un gesto esplicito. Che però, nelle successive chiacchiere calcistiche che spaziano dai recenti Europei a Maradona, si lascia sfuggire la sfida: “Noi della Mosca vogliamo sfidare la vostra Nazionale Cantanti: qui o in Argentina, non importa. Noi siamo pronti, voi giornalisti fateglielo sapere”. Ecco fatto...
Quell’album conteneva un brano di grande successo, intitolato “Tranquillo Venanzio”, che contribuì, se non a farli conoscere, a far canticchiare nel paese la loro musica, convincendo la EMI argentina a rinnovare loro il contratto per un nuovo album. E così nel 1999 in Argentina esce “Visperas de carnaval”, “Vigilia di carnevale”, altro titolo speranzoso e imparentato con tematiche sociali e politiche, laddove il gruppo spera che, nonostante i tempi grami, il domani sia migliore dell’oggi. E’ proprio questo album a contenere due hits come “Yo te quiero dar”, dal ritornello perfetto per lo stadio al punto da essere cantato a squarciagola dai tifosi di idioma spagnolo in America Latina così come in Spagna durante una partita di cartello come Valencia – Real Madrid, e, ancora più clamoroso, “Para no verte màs”, singolo già adottato dalla pubblicità e capace di far impennare le vendite del loro album, che adesso viaggiano intorno alle 300mila copie in tutto il mondo. Incontrarli a Milano in un ristorante toscano, vederli assistere alla sfilata delle portate continuando a ripetere “Buena comida!”e trasformando una cena in una festa che procede a suon di brindisi – è il compleanno di uno dei componenti del gruppo – è divertente almeno quanto è interessante ascoltarli parlare.
Sono soprattutto Guillermo e Ruben, autori dei testi l’uno e di buona parte delle musiche l’altro, a raccontare la storia della band, lasciando liberi gli altri di scatenarsi nella festa: “Siamo stati molto fortunati. Solo due anni fa lavoravo in fabbrica”, ammette Guillermo, “e oggi eccomi qua, a Milano”. “La storia della nostra band è molto semplice, perché è la storia di un gruppo che ama la musica e ha creduto tantissimo nella sua forza”, continua Ruben. “In Argentina le cose sono andate bene quasi da subito, soprattutto con il secondo album, e da lì il nostro successo si è esteso in tutto il sudamerica: mentre facevamo progetti su cosa fare, la nostra canzone ha viaggiato più velocemente di noi, ed è arrivata in Spagna, dove il pubblico è letteralmente impazzito. A quel punto c’era da visitare l’Europa, e così siamo arrivati qui da voi. In questo momento siamo già chiusi in studio di registrazione a Madrid, per mettere giù le nuove canzoni, ma continuiamo a fare promozione in Italia e stiamo iniziando a conoscere il Portogallo, dove il nostro album si sta facendo conoscere. Nel frattempo sta per uscire il nostro nuovo singolo, “Cha cha cha”, con un video che continuerà la storia di “Para no verte màs”.
Il successo vi ha cambiati? “Direi di no”, dice Guillermo. “il successo cambia la forma, ma non la sostanza. Oggi possiamo permetterci ristoranti costosi, e per converso abbiamo meno tempo da dedicare alle nostre famiglie e ai nostri amici, ma per il resto siamo sempre noi”. Da dove viene il nome della band? “La mosca è un gioco di carte che fanno i bambini, soprattutto quando non vogliono andare a scuola. Abbiamo aggiunto lo ‘tsé tsé’ quando ci siamo accorti che tutti i nostri ritmi arrivavano dall’Africa, esattamente come quella mosca: è stato un modo per pagare un tributo al mondo musicale che frequentiamo, a un continente che ha fornito i ritmi alla musica di tutto il mondo. Di fatto nella nostra musica trovi riferimenti al jazz, al reggae, alla salsa, al candombé”.
In che modo siete legati alla musica argentina più tradizionale? “I nostri testi sono quanto di più argentino esiste in circolazione. Da questo punto di vista il tango è una grande fonte di ispirazione”, dice ancora Guillermo. “Mio padre diceva sempre che il tango inizi a capirlo e ad apprezzarlo soltanto dopo i 40 anni. E’ a quell’età che hai sperimentato alcune perdite nella tua vita: il tradimento di un amico, quello di una donna, la perdita di un genitore o di una persona cara. La sofferenza del tango parla al cuore di chi ha già vissuto quelle sofferenze, i giovani non possono capire quei sentimenti”.
In che modo siete coinvolti nelle tematiche sociali che sembrano trasparire dai vostri testi? “Siamo molto arrabbiati nei confronti di come vanno le cose in Argentina, e di sicuro non siamo un gruppo frivolo, ma ci teniamo a parlare anzitutto e soprattutto da musicisti. Non abbiamo mai fatto parte di circuiti musicali alternativi, anche se stimiamo molto l’operato e la musica di un artista come Manu Chao. Quello che ci interessa è che la gente vada via dai nostri concerti un po’ più allegra di come vi era arrivata. E che comunque continui a pensare, come raccontiamo nella canzone “Sobre iluminados e iluminadores”: gli illuminati cui facciamo riferimento sono personaggi uni versali come Che Guevara, Ghandi, Kennedy, ma sopra di loro, e prima di loro, ci sono stati gli illuminanti, coloro che hanno permesso agli illuminati di agire in quel modo: cito ad esempio Carl Marx. E oggi non ci sono più né illuminanti né illuminati. E allora noi diciamo “state attenti, perché questo significa che vogliono farci credere che tutto va bene e intanto ci fottono”, conclude Guillermo con un gesto esplicito. Che però, nelle successive chiacchiere calcistiche che spaziano dai recenti Europei a Maradona, si lascia sfuggire la sfida: “Noi della Mosca vogliamo sfidare la vostra Nazionale Cantanti: qui o in Argentina, non importa. Noi siamo pronti, voi giornalisti fateglielo sapere”. Ecco fatto...
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