L’auditorium Debussy del Palazzo dei Congressi di Cannes si è riempito per assistere alla testimonianza di David Guetta, ospite di punta della prima giornata del MidemNet. E’ stata un’occasione per l’artista di ripercorrere alcune delle tappe della sua carriera e raccontare il suo punto di vista sul mondo del DJing e sul passaggio repentino da artista emergente a celebrità mondiale. Eccone un resoconto.
“Lo scorso anno è stato incredibile per me. In questo periodo, dopo avere terminato il tour in Australia (ed avere trascorso laggiù il capodanno in spiaggia), mi sto dedicando al nuovo disco. Sono appena tornato da New York e presto andrò a Atlanta e Los Angeles per continuare il lavoro”.
“Il più importante momento della mia carriera? Quando avevo dodici anni, direi. Per me fu il momento in cui scoprii la mia passione, quindi lo definirei il più importante della mia carriera. Ai tempi in Francia si era all’inizio del boom della radio FM e io ascoltavo Pirate Radio, su cui c’erano molti DJ che mixavano pezzi nuovi e sconosciuti. Allora non esistevano i direttori dei programmi, i DJ suonavano ciò che volevano. Era tutto funk e dance, mi faceva impazzire. E il fatto che fosse ‘pirate’ aggiungeva quel gusto per il proibito che non guasta… Insomma, volevo mixare come loro e dopo la scuola cominciai a fare pratica. A diciotto anni scoprii la house music e fui uno dei primi a suonarla in Francia. Fu una folgorazione e cambiò la mia vita. Fu una rivoluzione anche sociale, contribuì ad aprire le menti della gente perché originariamente esplose nei gay club ma ebbe successo al loro esterno: e così, all’improvviso, tutti si mescolavano senza problemi. Cominciammo a vedere la musica in un modo diverso. Era una musica che non veniva suonata in radio, ma nei rave dove la gente si incontrava, veniva creata all’esterno dei tradizionali format delle case discografiche. Poi, dopo quell’inizio, anche tutto il resto è stato naturalmente importante, come produrre “I got a feeling” e incontrare will.i.am, ma la passione originale resterà per sempre il fulcro di tutta la carriera”.
“Sono sempre stato intrigato dall’aspetto tecnologico del mixing, che all’inizio era tutta la mia attività da DJ; più tardi cominciai a remixare in cerca di suoni più adatti dell’originale per quella che era la mia idea; e solo più tardi ancora cominciai a creare i miei beat. Oggi quando faccio musica cerco mantenere quello spirito, faccio la musica che credo che farà ballare la gente. A volte scrivo su un blocco durante uno show, annoto le reazioni delle persone, torno in studio e lavoro sui difetti di un pezzo in base a quello che ho percepito da loro mentre lo suonavo per la prima volta. Se penso a quanto spendono le case discografiche per panel e focus group, sono fortunato ad avere un panel di 10.000 persone ogni 2-3 giorni!”.
“Ho le mie idee e ho buone competenze tecniche, ma se credo che qualcuno possa eseguire le mie idee meglio di me non mi vergogno a chiamare uno e dirgli: ‘La tua batteria è pazzesca, vieni a usarla nel mio pezzo!’. Per esempio, io al piano faccio proprio schifo: allora non è meglio chiamare qualcuno che aggiunga un tocco umano dato che suona lo strumento da tutta la vita? Il creatore è sempre l’individuo, il computer non ti darà mai l’idea; ma il computer è importante perché ha reso possibile a qualsiasi ragazzo fare musica sempre più facilmente. C’è chi sostiene che, essendo tutto sintetizzato, la nostra non è musica originale, è artificiale. La penso all’opposto. Fino a non molto tempo fa il boss di una casa discografica una volta al mese invitava a cena i capi della maggiore stazione radio e tv e decideva con loro, bevendo champagne, chi sarebbe stata la prossima star. Quando fare musica costava molto di più, questo iniquo processo di selezione era giustificato. Oggi non più: serve molto meno denaro e molta meno competenza tecnologica”.
“Cerco sempre di lavorare con artisti più giovani, perché il successo può essere pericoloso. Tutta la mia ispirazione è sempre derivata dall’atmosfera dei club: oggi che mi esibisco in grossi locali davanti a 10.000 persone che sono là per sentire la mia musica le occasioni per sperimentare scarseggiano. Per questo appena posso vado nei club di Ibiza e di Miami per conto mio. Per esempio avoro con Afrojack, un ragazzo di 21 anni incredibile: mi ispira moltissimo, ha così poco rispetto per i format! L’ispirazione arriva sempre dalle generazioni più giovani, no?”.
“La nostra comunità social diventa sempre più vasta perché regaliamo contenuti di qualità, che piacciono e che procurano viralizzazione e interazione. Lavoro con un team molto ristretto rispetto a quelli di artisti di dimensioni simili alla mia. Spesso ci sono intere società di marketing company a occuparsi dei loro siti. Io twitto sempre di persona! Non riesco a seguire da solo tutto Facebook perché è veramente troppo il contenuto che inseriamo, ma Twitter è tutto mio, come la mia musica, i miei libri. Abbiamo un contratto di licenza con la casa discografica ma manteniamo la proprietà e i diritti in capo alla nostra publishing company è mia. Siamo 6-7 in tutto. Siamo come una famiglia, nessuno lavora per me, ciascuno lavora per sé in un progetto comune che capita si sia sviluppato intorno al nome David Guetta”.