Credits: Emanuela Bonetti / Concessione in uso a Rockol
Che la loro musica ricordi quella dei Radiohead, ormai l’hanno detto tutti. Anzi, così vuole la leggenda, nella madrepatria Inghilterra i Muse si sono visti sbattere parecchie porte in faccia perché troppo simili alla band di Thom Yorke. Il trio inglese ha comunque trovato la sua fortuna in America, dove è stato messo sotto contratto dalla Maverick di Madonna, per cui è uscito l’album di debutto della band, “Showbiz” (1999). E oggi, vedendo sul palco di Imola il frontman del gruppo, Matthew Bellamy, camicia rossa e capelli in tinta, volto pallido, con lo sguardo sempre basso e un’espressione quasi di sofferenza nel far ululare la sua chitarra, accompagnata da una voce capace di trasformarsi a sua volta in una corda dello strumento, era difficile non associarlo d’istinto a Thom Yorke. I Muse hanno presentato al pubblico del Festival il loro rock ibrido, ora vicino al punk, ora invece quasi lirico, con frequenti ricorsi al falsetto. Un sound carico di tensione, di un’energia nutrita di passione, un po’ alla Nirvana, sempre per restare in tema di paragoni; un rock capace di piacere sia ai fans più “mainstream”, che ai romantici un po’ tormentati. Dal vivo, la band conferma dunque di avere, nonostante l’età media dei componenti superi di poco i vent’anni, una presenza sul palco e una maturità di suoni capaci di fare la differenza, nonostante le somiglianze.
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