Ashcroft (ex Verve) a Milano: la cronaca di Rockol

Ashcroft (ex Verve) a Milano: la cronaca di Rockol
Richard Ashcroft, ex leader degli squillanti Verve, ad una decina di metri di distanza dal Teatro alla Scala. L'ossuto eroe di Wigan, Inghilterra "profonda", in una performance acustica e conferenza stampa riservate ai media. Più i soliti "imbucati", ma nessun problema. Il tutto al Teatro Filodrammatici, venerdì 26 maggio AD 2000, tardo pomeriggio. Le domande si sovrappongono. Sarà uno show algido e scostante? Regalerà magìe? Se ne starà sul palco per un paio di canzoni, per poi andarsene in una nuvola di Marlboro Lights? E cosa diavolo intendeva, quando, ancor prima di Natale, aveva cercato di spiegare al New Musical Express il concetto di "big music" che voleva veicolare nel suo primo album solista? E le farà, le maledette canzoni dei Verve? Intanto abbiamo sentito tutti il suo primo singolo, "A song for the lovers", un pezzo eccellente con tinte alla Waterboys, litanìa di genio diluito. Il 12 giugno ci planerà addosso il secondo, "Money to burn", e dopo (26 giugno) finalmente l'album, l'atteso "Alone with everybody". E dopo ancora, in settembre, l'ex "Mad Richard" arriverà dal vivo in Italia, in italiano moderno "live in Italy".
Le luci all'interno del vecchio "Filo" si spengono. Spolverino chiaro (magari di gran marca ma bruttino), jeans, occhiali sfumati, Ashcroft giunge sul palco fumando. Imbraccia una dodici corde e, incastonato nella spirale discendente del teatro, attacca "A song for the lovers". Alle sue spalle, il "Marshallone" di prammatica. Molto, molto intonato, addirittura eccellente nelle tonalità medie. Con gli alti ed i bassi non ci prova nemmeno, ma tanto col suo repertorio non c'entrano niente. Certo che, a confronto col maestoso trasporto dell'originale, la versione acustica fatica a ritrovarne la bellezza. Applausi, comunque. Depone la 12 e raccatta la 6 corde. Arriva "Sonnet", il secondo pezzo di "Urban hymns". Allora le fa, le canzoni dei Verve, per fortuna, che bello. Poi si toglie lo spolverino, sorseggia una birra, affronta il prossimo singolo "Money to burn". E' un brano che ci lascia perplessi: testo dolce e banalotto, musica (almeno in questa versione) senza guizzi particolari. Mah. Altra sorsata del biondo nettare. "You on my mind" è una svolta. Un pezzo sognante, ispirato, rotondo, un brano che ci fa capire il concetto di "big music", concetto palesato, temporibus illis, forse non a caso dai "vecchi" Waterboys di Mike Scott, personaggio col quale Richard forse condivide più di quanto non creda. Altro omaggio alla sua sfavillante carriera coi Verve: "Lucky man", primo singolo della sua ex formazione dopo l'uscita di "Urban hymns". Sarà solo un'impressione nostra o, nei pochi secondi in cui non canta, gli si dipinge sulle labbra un ghigno che non sai come interpretare? Ecco quindi la nuova "I get my beat". Bella, e sempre un po' alla Mike Scott. Ma, intendiamoci, è un complimento e non un'accusa. Chiude su…sì, su "Bitter sweet symphony", cioè su un'emozione non da poco. Saluta con un "thanks so much, cheers".
Che dire? Che Ashcroft ancora non emana il fascino d'un Dylan, ma poco ci manca. E dal profeta di Duluth lo separano trent'anni esatti: classe Quarantuno il signor Zimmerman (il quale ha compiuto gli anni, ma certo è un caso, due soli giorni fa), classe Settantuno l'ex capatàz dei Verve. E da dire c'è pure un'altra cosa, forse la più importante. E' questa: dal palco abbiamo sentito provenire canzoni e non motivetti, sul palco abbiamo visto Arte. Qualcosa che s'avvicina più a Constable che non ad uno schizzo su una tela. Dylan Thomas, non un instant-book.
E quando ricompare per la conferenza stampa, dopo un quarto d'ora, gioviale come non te lo aspetteresti, ha poco da aggiungere. Sì, dice che il computer non lo rispetta, che è solo una delle parti del processo, dice che sul suo Website "non c'è su ancora molto", afferma che la questione MP3-Napster è "una cosa morale da risolvere, certo che se fossi un ragazzino che può scaricarsi il nuovo degli Stone Roses dalla Rete, lo farei", parla d'una possibile nuova collaborazione con DJ Shadow, racconta che "quello che conta è lo spirito rock'n'roll". Il resto sono solo domande da quotidiani. E, alla fine, mentre i colleghi se la squagliano verso la redazione (o verso il buffet), Richard se ne rimane accoccolato sul bordo del palco a firmare pazientemente autografi per i ragazzi che hanno atteso questo momento fino ad ora. In mezzo a loro, ci siamo anche noi.
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