Elton John è sempre cresciuto col mito americano. Nato nell'immediato dopoguerra e cresciuto col razionamento, si innamorò dei piccoli grandi miti a stelle e strisce e, quando fu il momento di rendere omaggio agli States, lo fece con l'album "Tumbleweed connection" del 1970. Lui, il pianista grassottello di Pinner nato all'ombra del Big Ben e non a quella dell'Empire State Building, è dai primi anni Settanta che con gli USA fa avanti e indietro in aereo. Anche perché una delle sue case è lì. Ma in questo momento il rapporto di Sir Elton con la nazione delle stars'n'stripes non è buono. Per niente. Suicidi nella comunità omosessuale e pestaggi di esponenti gay stanno facendo andare John fuori dai gangheri. L'artista ha detto a "USA Today": "Ho sentito dire che c'è gente che dice che è giusto picchiare i gay perché non siamo parte dell'universo di Dio. Ma che razza di mentalità è questa? La prima volta che sono venuto qui, era un Paese così gradevole. L'America non è mai stata orrenda come adesso. Questa non è l'America che amo. Gesù insegnò la tolleranza, e questo è l'esempio che dovremmo seguire. Non siamo tutti uguali, e grazie a Dio che non lo siamo perché altrimenti il mondo sarebbe veramente noioso".