Sanremo: i commenti dei giornali

Sanremo: i commenti dei giornali
Concluso il Festival di Sanremo, praticamente tutti i quotidiani vedono, tra gli articoli di cronaca e le interviste, un pezzo portante firmato da un critico musicale e il commento (massmediologico? Sociologico? Epistemologico?) di un opinionista. Cominciamo dai primi.

Gino Castaldo de "La Repubblica" scrive:

«Classifiche a parte, non ci sono dubbi su chi abbia vinto davvero il cinquantesimo festival di Sanremo: hanno vinto Jovanotti e Bono.

E l'ha vinto Jubilee 2000 che ha sfruttato la più seguita platea televisiva per lanciare il suo messaggio contro di debiti del Terzo Mondo e che ha concluso trionfalmente l'operazione ieri sera portando a Sanremo gli U2, i più prestigiosi leader rock del mondo. Come al solito il festival non passerà alla storia per le canzoni che hanno gareggiato. Ma per una volta rimarrà nella memoria non solo per i decolleté delle belle di turno o per le gag dei comici ma per qualcosa che con la musica ha comunque a che fare. Grazie al festival delle vanità si è scoperto che quella musica che molti si ostinano ancora a chiamare leggera può essere invece pesantissima. Anche quest'anno le canzoni del festival sono state oscurate, perfino quella di Morandi che secondo le anticipazioni della vigilia avrebbe dovuto mettere d'accordo l'intera Italia melodica. Dopo Jovanotti, Bono e Sting la sua esibizione sembrava un filmato di repertorio degli anni Cinquanta. Ma almeno la causa è giusta e importante. Per ora ci rimane un festival con pochissime canzoni da conservare e anche pochi probabili successi discografici. (.) Ma soprattutto abbiamo ascoltato la miglior sezione giovanile degli ultimi anni. Come dire: non tutto è perduto». .


Il titolo dell’articolo di Marinella Venegoni su "La Stampa" recita: "La ricerca batte la melodia".

«Il Festival 2000 cambia pagina; si lascia alle spalle la melodia più trita e gli acuti più consumati, sceglie la ricerca e la novità. Dopo una finalissima al cardiopalma, i voti delle giurie demoscopiche di lunedì scorso sono stati completamente ribaltati con l'intervento della giuria di qualità: passati dall'11° al primo posto, gli Avion Travel di «Sentimento» sono i veri mattatori del Festival. (.) Il 50° Sanremo è stato pochissimo celebrativo; ha lasciato a casa la memoria e i suoi monumenti viventi e si è limitato ad ispirarsi alla classicità di un tempo. (.) Ma anche questo dei testi deboli in un Sanremo Debole è un segno di tempi incerti e confusi. Chi ha osato, non è stato premiato: Padre Alfonso Maria Parente, arrivato qui con visibile spirito evangelico, appartato dal gran circo, ha parlato attraverso un testo forte, dividendo le coscienze; gli si sono accaniti contro, e lo hanno boicottato i suoi confratelli e in fondo la Chiesa, che da qualche anno usa la musica per catechesi. Adesso lui, poverino, si appella al Papa; ma lo copriranno di indifferenza come insegnano a non fare: proprio quell'indifferenza che la sua canzone critica». .


Su "Il Giorno" (che a differenza di "Stampa" e "Repubblica" non mette in prima pagina i vincitori Avion Travel, ma la modella Ines Sastre), Marco Mangiarotti scrive: «Il voto di ieri sera ha comunque messo una pietra tombale su un'era. Lo abbiamo pensato quando la sala stampa ha consegnato una targa ricordo a Mario Maffucci, che dopo quasi 20 anni lascia il suo festival. Lo abbiamo capito quando la giuria di Mike ha confessato: "Voteremo da 1 a 10 (ai giovani abbiamo dato degli 1, dei 2 e dei 3)". (...) Sintonia tra critica istituzionale e una giuria che rappresentava comunque un bel ventaglio di storie e culture, personali e musicali. Come fra Goran Bregovic e Carlo Alberto Rossi, il maestro che ha scritto "E se domani" e "Le mille bolle blu"».

Per quanto riguarda i commenti "firmati", Massimo Gramellini de "La Stampa" titola: "E il buon vecchio kitsch affoga nella melassa".

«Un'edizione epocale. Nel senso che quella Seconda Repubblica che stenta ad affermarsi nelle cose serie ha conquistato il Palazzo di Primavera dell'Ariston, creando uno spettacolo di segno diverso rispetto al passato. Sanremo ha avuto un'infanzia felice nell'Italia democristiana del boom, si è immalinconito fin quasi a morire negli anni bui del terrorismo, ma è rinato a nuova vita in funzione della tv, durante l'epoca sfolgorante e un po' trucida dei Bettini e dei Cirini Pomicini. Il "tecnico" demitiano Pippo Baudo apportò dei ritocchi di classe e competenza. Non ne mise però mai in discussione il tono complessivo di saga canora per anziani e casalinghe del sud. I veri protagonisti restavano i cantanti "da festival", gente come Fiordaliso o Riccardo Fogli (ma anche fenomeni di culto popolare quali Ricchi e Poveri o Al Bano), che sull'acuto strappa-applausi di Sanremo fondavano le ragioni della propria sopravvivenza professionale. L'intuizione di Baudo fu di insaporire la sbobba festivaliera con contorni appetibili a ogni palato. Così il kitsch di Sanremo riusciva a raggiungere entrambi i livelli di pubblico: quelli che ci credevano e gli altri, in prevalenza giovani, che lo guardavano per i cantautori o gli stranieri, ma soprattutto per riderne con gli amici. Di questa formula baudesca sono ancora prigionieri i critici, o almeno il sottoscritto. Un cambiamento era già visibile l'anno scorso, ma la novità Fazio aveva oscurato il resto. Stavolta invece lo spettacolo televisivo ha funzionato meno, per la sorprendente decisione di non riproporre un'operazione-nostalgia, quale sarebbe stata la scelta di affiancare a Fazio, in occasione del Cinquantenario, tutti i presentatori dei vecchi festival. Spogliato degli orpelli, Sanremo ha rivelato un'anima nuova: livello di canzoni più alto, poche macchiette fra gli interpreti e nessuna paura di figuracce da parte dei cantanti già affermati. Del resto ogni tendenza musicale aveva il suo sito Internet e la sua classifica: c'era gloria per tutti». .


Del tutto opposta l’opinione di Aldo Grasso del "Corriere della Sera": «E' stato un Sanremo di troppo, il Sanremo che Fazio non avrebbe dovuto condurre.

Per evitare di fare la figura del «bravo presentatore», di farsi vestire come un manichino, visto che non lo è, di cadere in quei facili trappoloni del ricatto emotivo targati Jovanotti. Se si fa qualcosa per i poveri, lo si faccia dando il meglio di sé, non ricorrendo a cascami musicali, alla beneficenza che trangugia milioni e milioni solo per mettersi in scena. Per evitare di accorgersi da solo, il buon Fazio, che uno come lui o sta da una parte della barricata televisiva o sta dall'altra. A cosa è servito, in tutti questi anni, inventarsi uno stile personale o un segno riconoscibile se poi si deve ricorrere a un monumento del kitsch come Big Luciano, a 5 estenuanti serate di normalità, alla tv dei Maffucci e dei Saccà che non vedono l'ora di riportare a Sanremo Baudo? Lo scorso anno Fazio è andato a Sanremo con un'idea e ha avuto ragione, persino dello scetticismo che circondava i suoi premi Nobel, le sue casalinghe, le sue studiate incertezze. Ma quest'anno, senza un'idea forte, cos'è andato a fare? Ha detto: "Ho voluto fare un passo indietro per lasciare più spazio alla musica". Ma non si conduce una trasmissione evento per fare un passo indietro. E per quale motivo, poi? Perché anche le canzonette, anche gli Avion Travel, facciano la fine del cinema italiano che sopravvive di sussidi. Sì, ci manca solo questo! Così è stato il Festival dei felici e scontenti. Felici per l'attenzione ottenuta, per il casino suscitato nei media grazie a un modesto rap, per aver ancora una volta costretto a un insensato black out le altre reti. Scontenti perché anche il più grande trionfo è una fragile barriera contro il potere d'invasione del vecchio carrozzone». .


Tipicamente indignato lo stile di Piero Degli Antoni de "Il Giorno": «La musica è finita, i nemici se ne vanno. Cosa ci resta di Sanremo? Un pugno di polemiche, poche immagini folgoranti, un'interminabile scia di noia...». Il critico televisivo dà poi i voti ai protagonisti del festival, con tanto di zero a Jovanotti.

Non la pensa allo stesso modo Maurizio Costanzo sul "Messaggero".

Il conduttore di "Buona domenica" scrive un lungo articolo intitolato "La noia non abita mai qui". «Cominciamo col chiarire un equivoco che si trascina da anni: non è un festival della canzone. Sanremo, da tempo immemorabile, è altro: la ricorrenza del Santo Patrono, il festival dell’Italia, un evento televisivo. Sanremo si guarda per commentare gli abiti delle cantanti e ormai anche delle cantanti, per giudicare l’avvenenza delle ragazze chiamate a far corona al conduttore. (.) Visti gli ascolti, è fuori di dubbio che la platea vuole questo e non si accontenterebbe più delle sole canzonette. Puntualmente si è detto e scritto: "Festival noioso". Il festival sanremese, da quando esiste, è noioso. Da quando è nato, mezzo secolo fa, ha avuto la noia come compagna fedele. Eppure, sin dal suo esordio, ha raccolto smisurate platee. In realtà non è noioso, ma come tutti gli spettacoli smisurati deve garantirsi una gara per costruire intorno elementi sorprendenti. Sarebbe più corretto dire: noiosa la presentazione delle canzoni, piacevole tutto il resto. E così è stato, anche quest’anno, in una sbornia di servizi, di polemiche, di incursioni irriverenti di "Striscia la notizia". Sanremo è Sanremo perché è tutto questo. Prendere o lasciare. Il pubblico prende, senza porsi tanti problemi». .

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