Tornano le allegrie acustiche della Bandabardò

Tornano le allegrie acustiche della Bandabardò
Dopo "Il circo mangione" del 1996 e "Iniziali BB" del 1998 la Bandabardò torna con un nuovo lavoro, "Mojito Football Club", che si discosta dagli album precedenti pur conservandone tutti gli ingredienti di base. Le dodici tracce dell'album si caratterizzano infatti per un miscuglio sonoro eterogeneo - flamenco, jazz, tarantella - eppure compatto, con il classico sapore live dei dischi della Bandabardò. Si sente però che i brani di "Mojito Football Club" sono nati con l'intenzione di scrivere delle canzoni vere e proprie, con una loro dimensione da studio. In questo ha probabilmente avuto un ruolo importante la produzione di Gianni Maroccolo. «Questo è un disco che si gusta a partire dal secondo ascolto,» spiega Enrico Greppi, cantante, fondatore e "ideologo" della banda: «è insieme più vario e più semplice dei precedenti, con dei momenti anche riflessivi ma mai troppo seri».
Melodie con pochi accordi, ricche di variazioni ritmiche e strumentali, abbinate a testi evocativi, con versi ripetuti a mo' di tormentone («Un po' alla Manu Chao, che ho conosciuto nei mesi scorsi e che tra l'altro ci ha regalato una frase da inserire nel disco e un brano da suonare dal vivo»): un'evoluzione naturale dello stile bardozziano, che rimane fedele all' obiettivo di suonare una musica allegra e trascinante. «Una volta certi discografici ci hanno chiesto di essere più distaccati dal pubblico, più seri», ride Enrico. «Ma noi in questo siamo molto francesi: ci consideriamo gente normale che fa un lavoro come un altro».
Quella francese è un'influenza importante per Enrico Greppi, nato e cresciuto in Lussemburgo ascoltando Brassens e la Piaf («Erano personaggi di un'altra epoca ma mi affascinavano le storie che raccontavano») e al tempo stesso coltivando una grande passione per Lucio Battisti: «E' un cantante poderoso, un grande interprete, capace di dare a ciascun pezzo la voce adatta a esprimerne il senso: mi ha aperto un mondo, facendomi capire che per essere un cantante non bisogna avere per forza la voce impostata, bisogna saper trasmettere delle emozioni».
Per la Bandabardò ogni occasione è buona per suonare dal vivo («Noi siamo la dimostrazione che in Italia si può suonare 300 giorni l'anno») e numerose sono anche le collaborazioni con altri gruppi e solisti («Se uno di cui ci piace la musica ha bisogno di qualche allegria acustica, siamo ben lieti di prestarci»); Enrico e il chitarrista Finaz («E' un genio, con quella chitarra sa fare tutti i suoni del mondo») sono inoltre in pianta stabile nel progetto "L'isola di Wyatt" che riunisce alcuni dei più interessanti musicisti della scena italiana. «In Italia c'è un movimento forte di gruppi davvero innovativi: è una scena molto più vivace di quella francese, che sta vivendo un periodo di crisi. Si fa solo dance o rock alla maniera anglosassone, anche se non mancano le eccezioni, come i Manau, un gruppo che fa rap su basi e con testi bretoni».
Specificando che il titolo dell'album è «l'omaggio a una bevanda che evoca un mondo popolato di miti, da Hemingway al Che, e insieme il ricordo di una serata in cui abbiamo sfidato a calcio una squadra di fumatori di marijuana», spicca per la sua particolarità "Pianeta terra" dove viene recuperato un pezzo della sigla del telefilm "Spazio 1999" («rifatta con un sintetizzatore, in modo avventuroso perché noi non abbiamo il tastierista») e il cui testo immagina un futuro in cui l'umanità viene trasformata dagli alieni in razza protetta. «Ci divertiamo a raccontarci tra di noi storie di fantascienza» spiega Enrico che è autore dei testi della banda: «Questo futuro, però, nella canzone è solo accennato perché ci piace che chi ascolta interagisca con noi, facendo lavorare la sua fantasia».
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