Scrive Chiara Di Clemente su "Il Giorno": «Palasport più che esaurito, Jovanotti nel backstage e tafferugli fuori dai cancelli. Un concerto straordinario, per tanti motivi. Perché sul palco, dopo le sedici canzoni del Consorzio, sono divampate fino a notte le fanfare balcaniche e le danze indigene con il neodivo "italiano" Goran Bregovic. Perché si è trattato di un incontro: fra il punk cantautorale dei Csi e il pop etnico di Bregovic; fra l'aura mistica orientale (parole come mantra) vivificata ovunque dalla band toscoemiliana, e l'impeto rock-occidentale (voci bulgare reggae) con cui Bregovic restituisce la tradizione slava. E perché questo stesso incontro non è avvenuto all'interno di brani eseguiti insieme (unica eccezione "Fuochi nella notte di San Giovanni" con brass band macedone e coro bulgaro diretti da Maroccolo), piuttosto nella contrapposizione immediata ma distantissima fra le due realtà musicali. (...) Monolitico, quasi, lo scoppiettante inventore Bregovic che inneggia (tre volte nella sua session) a "impugnare" danzando il Kalashnikov; dinamica nel suo complesso, l'annientante, granitica liturgia dei Csi. (...) Con un'assenza, quella di Massimo Zamboni e della sua chitarra, che c'è — dopo 18 anni di CCCP, Csi e sodalizio con Ferretti — che c'è e deve restare, bisogna sentirla, e nessuno replica i suoi riff». Secondo Fulvio Paloscia de "La Repubblica" «Sono bastati 5 minuti per fare un concerto da non perdere dell'unica data nel Duemila dei Csi, l'altra sera in un Palasport sovraffollato (polizia e carabinieri hanno sedato incidenti all'esterno, dove una piccola folla senza biglietto premeva per entrare nonostante il tutto esaurito). E quei cinque minuti sono il momento in cui la band di Giovanni Lindo Ferretti intona "Fuochi nella notte di San Giovanni", una delle canzoni ad libitum del gruppo, un brano così aperto da prestarsi alle più diverse riletture e contaminazioni: in questo caso, tocca all'altro protagonista della serata, Goran Bregovic, agli ottoni della sua Wedding & Funeral Band e alle voci bulgare, mescolarsi al suono elettrico della band; e il risultato è come un pezzo nuovo di zecca, dove l'atmosfera blues è accentuata dal controcanto dei fiati, dove le cinque signore in costume tradizionale ripetono, con il loro canto di gola, il ritornello "così vanno le cose, così devono andare" in un italiano pittoresco. È l'ultimo pezzo dei Csi, che poi cederanno il palcoscenico a Bregovic e alle sue fanfare, ed è l'unico istante in cui il gruppo di Giovanni Lindo Ferretti si distende in una quiete ritrovata. Prima, tutt'altra atmosfera. Cupa, non solenne né rituale com'era invece nel tour di Tabula rasa elettrificata, ma introversa; intima, sì, ma non come accadeva nel set acustico di In quiete dove - tutto sommato - circolava un'aria confidenziale. L'intimismo, qui, è lacerato, plumbeo».
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