Montanelli sulla morte di De André e del 'senso della misura'

Montanelli sulla morte di De André e del 'senso della misura'
Sul "Corriere della Sera", da segnalare una insolita lettera a Indro Montanelli che ha come soggetto "Fabrizio De André, divo suo malgrado". Il lettore, genovese, pur addolorato per la morte dell'artista, si stupisce del «frastuono che si è fatto intorno a questa morte presentata, anche dalla stampa più seria, o che passa per tale, come una specie di catastrofe per la Musica e la Poesia non soltanto italiane, il che mi sembra, da parte di tutti, una perdita ancora più luttuosa di quella di quel povero ragazzo: la perdita di ogni senso della misura. Quando però mi sono provato a dirlo ai miei figli, ne sono stato rimbeccato come se avessi pronunciato chissà quale bestemmia».

Risponde Montanelli: «Lei non mi rende, con questa richiesta, un buon servigio, perché il mio giudizio è identico al suo, e come il suo mi tirerà addosso le stesse rampogne. Anch'io, pur non essendo genovese e non avendolo personalmente conosciuto, avevo e conservo molta simpatia per quel ragazzo, e non soltanto per le canzoni che di lui mi sono arrivate all'orecchio, ma anche per il suo modo di essere, schivo e riservato, e quindi in perfetto tono col suo modo di cantare: a bassa voce. Mi chiedo perciò se tutta la spettacolarità data alla sua morte, mobilitando persino "L'Eroica" di Beethoven, gli sarebbe piaciuta. Anzi, non me lo chiedo nemmeno perché sono sicuro che non gli sarebbe piaciuta per nulla, e che avrebbe preferito andarsene com'era vissuto: in punta di piedi.
Però capisco, o credo di capire, perché tutto questo sia avvenuto e avvenga. Consapevolmente o no, De André è stato uno dei migliori interpreti di un mondo e di una società, non soltanto italiana, che hanno perso il senso e la misura dei valori - o almeno di quelli che noi abbiamo sempre considerato tali - e li ha sostituiti col culto dell'Effimero. Non è colpa di De André, ammesso che di colpa si possa parlare. E' colpa del momento in cui De André è nato e vissuto, e che oltre il "momento" non va.

Qualcuno si è arrabbiato perché la sua scomparsa ha fatto molto più rumore di quella di un Borges o di un Montale, che per la Poesia rappresentavano certamente qualcosa di più epocale di un De André. Ma dentro l'epoca, questa epoca, c'è più De André, e basta vedere la coralità del 'de profundis' che intorno al suo feretro si è intonato da tutte le parti. Anche - lei dice senza nascondere il suo disdoro - da quella della stampa considerata più seria e autorevole.
Capisco a chi allude, e non voglio farmene l'avvocato difensore. Vorrei solo tentare di farle capire di quale situazione la stampa, tutta la stampa, è prigioniera. Nessun giornale oggi, dati i costi, può vivere senza gl'introiti della pubblicità, di cui i due terzi sono «mangiati» dalla televisione. Il rimanente va ai giornali che se lo contendono a colpi di 'audience', come oggi si chiama. Questo li spinge, o meglio li costringe a procurarsene sempre di più. E l'unico modo per riuscirvi è quello di adattarsi ai suoi gusti e vezzi.
Oggi un giornale che voglia conservare il proprio prestigio e autorevolezza può farlo solo in alcuni limitati settori come gli editoriali e le pagine della cultura che non sono certamente i più letti. Il resto deve adattarlo a un pubblico che la trionfante televisione educa (si fa per dire) alla spettacolarità più sguaiata e dozzinale e alla divinizzazione del suo Divo quotidiano.

Senza aver mai fatto nulla per diventarlo, De André era stato promosso (si fa sempre per dire) a Divo, e tutta la stampa, anche la più seria, ha dovuto adeguarsi dedicandogli per giorni e giorni pagine su pagine intonate anch'esse all'"Eroica". A lei non piace. A me meno che a lei. Sono sicuro che non sarebbe piaciuto nemmeno a De André. Ma il mondo e la società in cui viviamo sono questi, ubriachi di Effimero».
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