Il "Corriere della Sera" racconta la vicenda di Marcel Khalife, cantautore libanese di origine cristiano maronita, sul quale incombe la "fatwa", la condanna delle autorità islamiche. «Marcel cantava ignaro: "Ho visto undici stelle e il sole e la luna prostrarsi davanti a me". Invocava il nome di Yussef (Giuseppe), il personaggio biblico maltrattato dai suoi fratelli. E chiedeva solidarietà per i popoli oppressi del Sud del Libano, i palestinesi piegati sotto il giogo di Israele. Ma le supreme autorità religiose del Dar al-Fatwa, la cupola sunnita libanese, hanno fiutato odor di blasfemia. Quella canzone ruba versi che appartengono al Corano, hanno detto. "Avvilisce l'Islam" e viola la sacra regola che impedisce di mettere in musica i proclami di Allah. (...) Non sarà una sentenza di morte come quella pronunciata contro lo scrittore anglo-indiano Salman Rushdie, ma rischia comunque di imbavagliare uno degli artisti più noti del Medio Oriente. Khalife, 48 anni, idolo dagli arabi progressisti, per quella canzone, "Sono Yussef, oh padre", ripresa dalle rime del poeta palestinese Mahomoud Darwish, potrebbe essere condannato dai sei mesi ai tre anni di prigione. Il processo, previsto per ieri, è slittato al primo dicembre, come avevano chiesto gli avvocati della difesa. "Non vogliamo che quest'affare si trasformi in una guerra tra intellettuali e autorità religiose", ha detto uno di loro. Ma lo è già diventato: per gli studenti che hanno accerchiato il palazzo di giustizia portando in corteo ritratti di Khalife e Che Guevara; per le associazioni come Human Rights Watch che hanno invocato la libertà di espressione; e persino per i leader politici dell'opposizione, come il cristiano maronita Walid Jumblatt, che ha protestato in difesa della sopravvivenza della nazione. Anche le autorità libanesi hanno tentato di fare cadere le accuse. Ma il rigore islamico non transige: l'oltraggio all'Islam va pagato».
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