Si intitola “Urban solitude” il nuovo disco di Anouk, salita alla ribalta della scena musicale due anni fa grazie al suo album di debutto “Together alone”.
Nei suoi tredici brani, “Urban solitude” conferma l’amore di Anouk per i contrasti. «Per me è molto importante mettermi alla prova sperimentando nuove vocalità, nuovi stili. Non voglio dare ai miei dischi una connotazione troppo specifica: mi piacciono tutti i generi musicali». E in effetti in questo ultimo disco Anouk passa con disinvoltura da una ballata acustica come “Michel” al rock deciso di “R U kiddin’ me”, in cui si parla di una donna che viene respinta dal suo uomo («assolutamente non autobiografico» ci tiene a precisare).
Spontanea, onesta, impulsiva (vedere per credere: ha deciso di farsi ricoprire d’oro i due denti davanti perché lì per lì le sembrava «un’idea carina»): è così che si descrive Anouk, che sostiene di non essere cambiata troppo per via del successo. «Guadagno bene, ho comprato una casa a mia madre e una vecchia Volvo del ‘63 per me. Il resto dei soldi li uso per fare del bene agli altri», afferma, e prosegue: «come musicista, non ho sentito il peso di dover eguagliare i risultati di “Together alone”: ho pensato solo a scrivere e a cantare le mie canzoni. Per questo sono andata in Portogallo, alla ricerca della tranquillità più totale; là sono nati i brani di “Urban solitude”». Che lascia spazio anche all’immaginazione, come nel brano “Tom Waits” - in cui Anouk canta di un lungo viaggio in treno in compagnia dell’autore di “Downtown train”.
A partire dalla prossima primavera, Anouk sarà in giro per festival, confermando così la sua passione per i concerti dal vivo (si è esibita anche a Imola lo scorso giugno, vedi archivo Rockol). «Sono una persona molto diretta, che non sa fingere, e l’energia che trasmetto dal palco è così forte perché è autentica».
E se il successo, i dischi, i concerti non ci fossero stati? «Avrei continuato a lavorare in una casa di accoglienza per minori, come facevo prima del successo di “Nobody’s wife”. Da quei posti sono passata anch’io, e so cosa vuol dire vivere un’esperienza simile».
La ventiquattrenne olandese ha incontrato la stampa per parlare della sua ultima fatica discografica, in uscita il prossimo 8 novembre.
«Questo mio secondo album non si discosta dalla tradizione del precedente», ha spiegato Anouk, «non è né migliore né peggiore. Mi sembra un buon lavoro, in cui ho cercato di trasmettere l’energia di un concerto dal vivo, in cui quello che conta è l’atmosfera che si crea col
susseguirsi delle canzoni. Per questo, per esempio, non saprei scegliere un singolo in grado di rappresentarne lo spirito».
Nei suoi tredici brani, “Urban solitude” conferma l’amore di Anouk per i contrasti. «Per me è molto importante mettermi alla prova sperimentando nuove vocalità, nuovi stili. Non voglio dare ai miei dischi una connotazione troppo specifica: mi piacciono tutti i generi musicali». E in effetti in questo ultimo disco Anouk passa con disinvoltura da una ballata acustica come “Michel” al rock deciso di “R U kiddin’ me”, in cui si parla di una donna che viene respinta dal suo uomo («assolutamente non autobiografico» ci tiene a precisare).
Spontanea, onesta, impulsiva (vedere per credere: ha deciso di farsi ricoprire d’oro i due denti davanti perché lì per lì le sembrava «un’idea carina»): è così che si descrive Anouk, che sostiene di non essere cambiata troppo per via del successo. «Guadagno bene, ho comprato una casa a mia madre e una vecchia Volvo del ‘63 per me. Il resto dei soldi li uso per fare del bene agli altri», afferma, e prosegue: «come musicista, non ho sentito il peso di dover eguagliare i risultati di “Together alone”: ho pensato solo a scrivere e a cantare le mie canzoni. Per questo sono andata in Portogallo, alla ricerca della tranquillità più totale; là sono nati i brani di “Urban solitude”». Che lascia spazio anche all’immaginazione, come nel brano “Tom Waits” - in cui Anouk canta di un lungo viaggio in treno in compagnia dell’autore di “Downtown train”.
A partire dalla prossima primavera, Anouk sarà in giro per festival, confermando così la sua passione per i concerti dal vivo (si è esibita anche a Imola lo scorso giugno, vedi archivo Rockol). «Sono una persona molto diretta, che non sa fingere, e l’energia che trasmetto dal palco è così forte perché è autentica».
E se il successo, i dischi, i concerti non ci fossero stati? «Avrei continuato a lavorare in una casa di accoglienza per minori, come facevo prima del successo di “Nobody’s wife”. Da quei posti sono passata anch’io, e so cosa vuol dire vivere un’esperienza simile».