Cristiano De André: 'Il mio live è un dialogo intimo con mio padre'

Cristiano De André: 'Il mio live è un dialogo intimo con mio padre'

Il tour “De André canta De André” è ancora in pieno svolgimento (prossima tappa domani, 20 novembre, a Genova, poi Cuneo, Montecatini, Vercelli, Trento, Ravenna, Ancona e Roma) e proseguirà nei palazzetti anche nel 2010. Ma Cristiano De André non ha voluto aspettare a metter fuori un album live dai suoni densi, moderni e raffinati (lo pubblica la neonata etichetta di Michele Torpedine, MT Opera and Blues) che inizia con gli straordinari brani in genovese di “Crêuza de mä” e finisce con “Il pescatore” nell’arrangiamento ereditato dalla PFM Undici canzoni, la metà esatta della scaletta del concerto.

Perché non un doppio, allora? “Perché non c’era il tempo materiale, già così è stata un’impresa trovare lo spazio per lavorarci tra una data e l’altra. Potrebbe anche esserci un volume 2, se questo primo disco verrà accolto bene”. Intanto, saltato finalmente il fosso che lo separava dall’eredità musicale di Faber, De André jr. sente forte l’urgenza di comunicare al mondo questa sua voglia di riappropriarsi di qualcosa che è anche, geneticamente, suo. “Per tanto tempo non me la sono sentita, il magone me lo impediva. Ma alla fine anche i dolori più grandi decantano. Oggi lo vivo come un atto doveroso, prendere il mano il testimone da mio padre. E questi concerti, questo disco, sono un regalo per lui e per me. Un dialogo intimo tra noi due. E’ stata dura assistere allo sterminio della mia famiglia, in poco tempo ho perso padre, madre, nonni. Poi le canzoni e la poesia di Fabrizio mi hanno aiutato, un papà serve anche a questo. E so che lui sarebbe felice di quel che ho fatto. Era un tipo molto elastico e curioso, dal punto di vista musicale. Timoroso, anche: ai tempi dei concerti con la PFM, nelle spie non voleva sentire altro che la sua voce e la sua chitarra. Fu dopo, in fase di missaggio del disco, che sentì finalmente cosa avevano suonato gli altri e si entusiasmò. Conoscendolo, sono sicuro che si sarebbe appropriato di qualcuno dei miei arrangiamenti”. Di cui Cristiano va molto fiero. “C’è un suono omogeneo, in questi concerti e in questo disco. E più andiamo avanti, più io e i miei compagni diventiamo una vera band. Siamo in cinque ma a volte è come se fossimo in dieci. Su ‘La canzone di Marinella’ ci sono solo due chitarre e un pianoforte, non abbiamo voluto orpelli eppure l’intreccio è forte e robusto.  Luciano Luisi, che ha lavorato come arrangiatore con Zucchero, ha fatto un lavoro straordinario, con lui sono riuscito a vestire le sue grandi poesie con un’anima più rock. E ho raggiunto il mio scopo, non volevo fare un copia e incolla richiamando i grandi musicisti che avevano suonato con mio padre. Non è stato un lavoro facile, soprattutto per me che con queste canzoni sono cresciuto”. Appunto: queste sono canzoni che toccano il cuore, la mente, i nervi di Cristiano. “Molte le ho viste scrivere, soprattutto quelle con Massimo Bubola. Ero bambino quando mio padre svegliò mia madre, alle quattro di mattina, per farle ascoltare alla chitarra ‘Verranno a chiederti del nostro amore’. Li sbirciai da una fessura della camera, lei piangeva e lo abbracciava”. Con un repertorio così straordinario e abbondante, la selezione deve essere stata crudele: “Eh sì, sono più di 350 le sue canzoni. Qualcuno si dispiacerà che nel tour manchino ‘La guerra di Piero’ o ‘Via del campo’, ma ho voluto scegliere canzoni che raccontano anche il periodo che stiamo vivendo. “Mégu megún”  ha un che di sogno shakespeariano, di rifiuto della realtà. ‘Smisurata preghiera’, al contrario, è un urlo di combattimento contro la maggioranza che se ne sta lì a far niente. E ‘Fiume Sand Creek’ serve a ricordarci che di generali Custer massacratori è ancora pieno il mondo. Poi ci sono i brani autobiografici: col passare del tempo ho capito sempre meglio una canzone come ‘Amico fragile’, sarà che per certe cose ci sono passato anch’io”.

Racconta di essere molto confortato dalle prime reazioni, Cristiano: “Ieri ho ascoltato il disco con Dori (Ghezzi, ndr), alla fine mi ha abbracciato dicendomi che Fabrizio sarebbe stato fiero di me. La ringrazio, ha appoggiato il progetto fin dall’inizio. Luvi ha visto degli spezzoni di spettacolo su YouTube, è entusiasta e  verrà a vedermi domani a Genova. E la reazione del pubblico è commovente. Quando andammo in tour insieme l’ultima volta, io e mio padre, mi confessò di sentirsi uno sconfitto perché il mondo non era cambiato di una virgola dopo tutte quelle canzoni contro la guerra e a difesa delle minoranze che non hanno voce. Quando ai concerti vedo tanti quindicenni che le conoscono a memoria e le cantano con le lacrime agli occhi mi viene da dirgli che s’è sbagliato. L’opera di un poeta è atemporale, è come una roccia a cui ci si può aggrappare in qualunque momento”.   

Una cosa è certa: il filo invisibile che lega padre e figlio non si esaurisce qui, con il disco e con i concerti. Il dvd che accompagna l’album offre un rockumentary stile anni Settanta, low cost e parzialmente in bianco e nero, un primo assaggio dal film “Nel bene e nel male” affidato alla mano esperta di Daniele Pignatelli (“è il nostro John Cassavetes”, dice Cristiano), testimone della nuova avventura fin dalle prime prove del tour: “Mi interessava la prospettiva familiare”, dice il regista, “mettere al centro proprio il rapporto tra i De André, tra Fabrizio e suo padre, tra lui e Cristiano,

  dall’ultimo concerto insieme al Brancaccio al ‘De André canta De André’. Siamo al 60 % del lavoro, lo arricchiremo con immagini di repertorio, fotografie, non si tratta di un film concerto. Sarà pronto per fine 2010/inizio del 2011, lo presenteremo nel circuito dei festival, magari in quelle occasioni Cristiano si esibirà anche dal vivo, poi ne faremo sicuramente un dvd”.

E verrà utile, questa esperienza, anche per il prossimo disco di inediti a cui De André Jr. sta già pensando: “I suoni che mi piacciono oggi sono quelli che ho cercato di portare anche sul palco. Radiohead, Coldplay, Bjork e Peter Gabriel, una fusione di rock, etnica ed elettronica. Ho delle idee già abbozzate, da mio padre ho imparato anche la meticolosità, la pazienza di non farmi vedere in giro se non ho niente da dire. Spero di averne ereditato anche la coerenza: di avere, come diceva lui, poche idee ma fisse. Se ci sarà anche qualcosa a cui abbiamo lavorato insieme? Per ora vi rispondo ‘ni’ ”.

 

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