Biografia

Temprati da anni on the road di spalla al rocker canadese Ronnie Hawkins e poi dall’intensa collaborazione con il Bob Dylan “elettrico” della seconda metà dei ’60 (dal vivo e in studio: vedi i leggendari BASEMENT TAPES), i cinque componenti della Band – quattro canadesi e uno statunitense dell’Arkansas, il batterista Levon Helm – gettano con il primo album MUSIC FROM BIG PINK le fondamenta di un folk-rock consapevole delle sue radici storiche e distante anni luce dalla psichedelia allora imperante (“The weight” rimarrà la loro canzone simbolo, oltre che la più rivisitata: celebre la versione di Aretha Franklin). L’anno successivo (1969) l’omonimo THE BAND definisce ancor meglio l’ampio orizzonte stilistico e l’enciclopedismo musicale del quintetto, che in canzoni come “The night they drove old Dixie down”, ispirata agli episodi finali della guerra di Secessione, mostra una attitudine del tutto singolare al recupero e all’attualizzazione del patrimonio storico e musicale americano. Il resto della produzione d’epoca non è da meno, e per pennellare un suggestivo affresco su passato e presente della nazione attinge alla old time music degli Appalachi come ai ritmi funk di New Orleans, al soul della Motown (“Dont’ do it” di Marvin Gaye è la loro cover più famosa) e al rock and roll, con un occhio di riguardo alla ballata cantautorale (il legame con Dylan prosegue anche dopo la fine della loro collaborazione) e senza rinunciare neppure a qualche tocco classicheggiante e progressive (nel fraseggio del tastierista Garth Hudson). Forte di un compositore-arrangiatore di gusto sopraffino come Robbie Robertson e degli straordinari impasti vocali di Helm, Rick Danko (basso) e Richard Manuel (pianoforte), la Band mette a segno altri momenti memorabili nei dischi successivi, che risultano tuttavia più discontinui, evolvendosi nel mentre in una delle più spettacolari attrazioni della scena live americana, come testimoniano il doppio live ROCK OF AGES (1972, con gli arrangiamenti orchestrali di Allen Toussaint, maestro del New Orleans Sound) e l’adunata oceanica di Watkins Glen del 1973, quando insieme a Allman Brothers Band e Grateful Dead il gruppo registra il record di affluenza di tutti i tempi per un concerto rock, 600 mila persone. Logorati da sedici anni di tournées in giro per gli USA, Robertson e compagni decidono di sciogliersi nel 1976: non prima però di aver celebrato l’evento con un concerto d’addio al Winterland di San Francisco, il 25 novembre di quell’anno, che sotto il nome di THE LAST WALTZ diventerà due anni dopo un disco e un film di culto per un’intera generazione (dietro la macchina da presa c’è un giovane Martin Scorsese). Passano dieci anni prima che quattro quinti del gruppo (con il chitarrista James Wieder a rimpiazzare Robertson) decidano di rimettersi insieme: l’evento non basta però a salvare Manuel dalla depressione alcolica in cui era sprofondato e che lo spingerà, nel marzo del 1986, a togliersi la vita in un motel della Florida. Gli altri tre reduci non si danno per vinti e negli anni ’90 proseguono a suonare insieme dal vivo, incidendo anche un gruzzolo di dischi dignitosi: una nuova tragedia però incombe dietro l’angolo e anche Danko, vittima degli abusi di eroina, viene a mancare stroncato da un infarto nel dicembre del 1999. Robertson, intanto, si conferma il più lucido e in palla del vecchio quintetto: collabora ancora con Scorsese su una serie di colonne sonore (una delle quali per “Il colore dei soldi” con Paul Newman e Tom Cruise), pubblica quattro album lodati dalla critica che lo vedono rielaborare il Mito americano e riscoprire le sue radici Mohawk e mette radici solide nel music business diventando consulente artistico della DreamWorks di Steven Spielberg e David Geffen. (09 dic 2005)