Bruce Springsteen a San Siro, 1985: la cronaca del concerto, canzone per canzone

Bruce Springsteen a San Siro, 1985: la cronaca del concerto, canzone per canzone

Non era ancora l’epoca dei cartelli con le richieste del pubblico, delle scalette in tempo reale su Internet, dei collezionisti di esibizioni dal vivo. Di Bruce Sprinsgteen non si sapeva granché e quel poco era circondato dall’aura del mito bello e lontano. Eppure le 28 canzoni che Springsteen e la E Street Band suonarono la sera del 21 giugno 1985 allo Stadio Meazza di Milano sono entrate subito nella memoria collettiva. All’epoca, Springsteen consegnava la scaletta al suo assistente Jim McDuffie che si premurava di fotocopiarla e di distribuirla ai musicisti. I membri della E Street Band la studiavano per prepararsi a eventuali nuove canzoni da eseguire, anche se il tour europeo di “Born in the U.S.A.” aveva una set list piuttosto standardizzata. Nella prima datata europea, il 4 giugno a Newcastle, c’erano già 23 delle 28 canzoni che avremmo ascoltato a Milano, nello stesso identico ordine, ma è vero che in Italia Springsteen fu lievemente più generoso. Ecco la scaletta di San Siro, accompagnata da brevi annotazioni. Alcuni bootleg dell’epoca presentavano le canzoni in un diverso ordine, per la difficoltà di far stare tutto il concerto su otto facciate a 33 giri.

 

Born in the U.S.A.

Annunciata dal potente “One-two one-two-three-four!” urlato al microfono da Springsteen, la canzone-chiave dell’ultimo album fu eseguita in apertura. Una scelta inusuale, considerando che si trattava di un pezzo potenzialmente da bis, ma significativa del fatto che i concerti del rocker si stavano trasformando in riti. Springsteen aveva cominciato a piazzarla in apertura dello show, a mo’ di manifesto, dalla seconda data del tour al Civic Center di St. Paul, Minnesota, il 1° luglio 1984.

 

Badlands

Negli Stati Uniti “Badlands” era l’apertura alternativa a “Born in the U.S.A.”, usata per differenziare la scaletta quando Springsteen teneva due concerti nella stessa città. Del resto “Badlands” già apriva i concerti del tour di “Darkness on the edge of town”, l’album del 1978 che la contiene. Springsteen era partito in tour, il primo dopo tre anni, con l’idea di bilanciare le canzoni nuove con quelle dei vecchi album, ad eccezione dei primi due, quasi totalmente ignorati.

 

Out in the street

All’inizio della canzone Springsteen pronunciò le prime parole, “Ciao Milano”, per poi concludere con “It’s nice to meet you, Italy”. L’inizio di una love story destinata a durare oltre trent’anni. “Out in the street” era anche il pezzo in cui la nuova corista Patti Scialfa si ritagliava un piccolo spazio: l’inizio, o quasi, di un’altra love story trentennale. La cantante era stata ingaggiata con soli quattro giorni di preavviso sulla partenza del tour: il suo ruolo era coprire le parti cantate in tempo da Little Steven.

 

Johnny 99

L’album acustico del 1982 “Nebraska” non era stato portato in tour e quindi, anche per il pubblico americano, canzoni come “Johnny 99” rappresentavano una novità. Se nelle prime date americane il cantante aveva dato a “Nebraska” e “Born in the U.S.A.” lo stesso peso, in Europa le cose andarono diversamente e al disco del 1982 furono riservate due sole canzoni, entrambe suonate all’inizio: “Johnny 99”, per voce, chitarra acustica e armonica a bocca (e sul finale i piatti della batteria di Max Weinberg), e “Atlantic City”.

 

Atlantic City

Nel libro biografico “Big man”, Clarence Clemons si attribuisce in qualche modo il merito di avere convinto Springsteen e suonare dal vivo la versione con la band di questa canzone, al posto di quella acustica originale. Il dialogo si tiene nel 1983. “Come sta andando ‘Nebraska’?”, chiede il sassofonista. “Bene”, risponde Bruce. “Pensavo che ‘Atlantic City’ venisse bene con la band”. “Meglio?”. “Diversa. Con più calore”. “Forse hai ragione”. “Ho sempre ragione”.

 

The river

Riconosciuta dal pubblico dal momento stesso in cui Springsteen soffiò nell’armonica a bocca, era oramai uno dei capisaldi del suo repertorio e continuerà ad esserlo: si calcola che il cocker l’abbia suonata più di 600 volte. Proprio durante il tour di “The river”, nel 1981, una pattuglia d’italiani era andata a vedere Springsteen in concerto a Zurigo, in Svizzera, tornando con storie mirabolanti.

 

Working on the highway

Per i 65.000 di San Siro il rockabilly suonò come uno stile meno lontano nel tempo e nello spazio grazie a questa canzone, un inno alla classe operaia che in realtà nascondeva un’anima più cupa: era stata scritta per “Nebraska” col titolo di “Child bride”.

 

Trapped

La cover di Jimmy Cliff (1971) rappresentava una sorpresa per larga parte del Meazza, ma meno di quel che s’immagina: era stata pubblicata due mesi prima all’interno del 33 giri benefico “We are the world”, uno dei dieci album più venduti in Italia nel 1985. Springsteen e la E Street Band la suonavano già nel tour di “The river”.

 

Prove it all night

A San Siro il pezzo fu arricchito da un lungo assolo finale di chitarra elettrica. Durante il tour di “Darkness on the edge of town”, l’album che la conteneva, la canzone si espandeva fino a toccare i dodici minuti di durata.

 

Glory days

Pubblicata su 45 giri un mese prima dello show di San Siro, era “una canzone sul diventare vecchi”, così la introdusse Bruce che diceva di sentirsi tale a 35 anni. A Milano fu introdotta da una lunga serie di “All right”, “Oh yeah” e “Uh oh ah oh” intonati col pubblico e chiusi da un “Fantastico!” in italiano. Una festa. “All right, Milano, express yourself!”.

 

The promised land

All’epoca, seconda metà degli anni ’70, Springsteen stava “cercando un tono intermedio tra la spiritualità speranzosa di ‘Born to run’ e il cinismo degli anni ’70. Volevo che i miei personaggi si sentissero consumati, invecchiati, ma non vinti”, come racconta nel libro “Songs”. A San Siro “The promised land” divenne un potente inno alla gioia, anticipato dagli “alè-oo” del pubblico, all’epoca una costante dei concerti.

 

My hometown

“Questa canzone è dalla mia città alla vostra città”, disse Springsteen in italiano quella sera creando un legame fra Milano e un posto lontano 6500 chilometri, Freehold nel New Jersey. È una storia di ricordi d’infanzia intrecciati a un presente drammatico fatto di disoccupazione che strangola la città natale di Springsteen. “Il posto in cui sei nato ti resta dentro, sempre”.

 

Thunder road

Nel corso del tempo “Thunder road” aveva cambiato radicalmente ruolo: da canzone di apertura del concerto a pezzo di chiusura della prima parte. “Ci vediamo fra mezz’ora”, disse Springsteen in italiano quella sera. All’epoca andava dicendo che quando “Thunder road” veniva cantata in coro dal pubblico diventava ancora più potente: “È in quel momento che il rock’n’roll si realizza al massimo delle proprie potenzialità” (da “E Street shuffle: i giorni di gloria di Bruce Springsteen & the E Street band”). A San Siro Springsteen sottolineò il passaggio “Sai perché sono qui” facendolo suonare come “Sapete perché sono qui”: la canzone sulla grande fuga di due amanti diventava un inno alla fuga collettiva grazie al potere del rock.

 

Cover me

“La seconda parte dello spettacolo” scrisse Dave Marsh nel libro “Glory days” dedicato a quegli anni “vuole essere più leggera, all’insegna del divertimento, dopo un primo tempo serioso. Ma ‘Cover me’ offre solo una vaga allusione a questa trasformazione. Sembra addirittura che questo brano si sia meritato il posto di apertura della seconda parte del concerto proprio in quanto richiama tutto quello che c’è stato finora. È l’ultimo assaggio di blues prima dell’abbandono, il quale viene proposto immediatamente dopo con ‘Dancing in the dark’”.

 

Dancing in the dark

Se nei vecchi concerti Springsteen esprimeva il sentimento di comunione col pubblico scendendo in mezzo ad esso, l’esplosione della sua popolarità aveva reso il gesto poco saggio e meno praticabile. E così a partire dal 1980 aveva cominciato a scegliere una ragazza delle prime file e a farla ballare con sé durante un pezzo minore chiamato “Sherry darling”, un altro modo per esprimere quello stesso sentimento. Lo sketch venne replicato nel 1984 nel videoclip di “Dancing in the dark”, il singolo che ha rivelato Springsteen a molti italiani, dove il cantante prende dal pubblico Courteney Cox, futura attrice di “Friends” allora diciannovenne. A partire dal tour di “Born in the U.S.A.”, “Dancing in the dark” e il siparietto del ballo sono diventati momenti topici dello show.

 

Hungry heart

“Bellissimo Milano!”. È la canzone nel quale Springsteen ritaglia un ruolo di protagonista per il pubblico, a cui lascia cantare la prima strofa, un’abitudine inaugurata durante il tour di “The river” e diventata un rito in quello di “Born in the U.S.A.”. Springsteen l’aveva composta su richiesta dei Ramones, ma aveva deciso di tenerla per sé su consiglio del manager Jon Landau. “If you’re hungry, shout it out!”, urlò Springsteen prima di attaccare “Cadillac ranch”.

 

Cadillac ranch

Il momento del cameratismo, col chitarrista Nils Lofgren che indossa un buffo, enorme cappello da cowboy. Ma dietro le quinte l’atmosfera era molto più professionale, compassata, e poco rock’n’roll, disse all’epoca Lofgren: “Se si vuol condurre un’esistenza da favola del rock si può andare avanti per due o tre settimane, ma non si può suonare per centosessanta sere nell’arco di un anno e mezzo. Bando ai giri di parole, dietro alle quinte siamo una gran barba per tutti, brava gente, normale, che non fa niente che valga la pena raccontare. Se non fossimo così, avrebbe a soffrirne lo show” (da “Glory days”).

 

Downbound train

Prima della cavalcata finale, Springsteen e la E Street Band rallentarono il ritmo con due pezzi più lenti e malinconici fra cui “Downbound train”. Ecco come la descrive Geoffrey Himes nel libro “Born in the U.S.A.”: “Usando il quattro tracce, Springsteen scrisse un lamento vocale privo di parole e carico di un’eco molto profonda. Quel lamento faceva chiaramente eco al ‘fischio lamentoso’ del treno e sottolineava l’impellenza di un destino tragico molto meglio di quanto non facesse lo scattoso riff di chitarra. Così eliminò la chitarra in stile rockabilly, rallentò notevolmente il tempo, scrisse una nuova melodia, e ricostruì la canzone imperniandola su quel lamento, che poi divenne un riff suonato al synth”. E proprio il synth era una delle novità del tour di “Born in the U.S.A.”.

 

I’m on fire

Negli Stati Uniti Springsteen era famoso anche per le introduzioni parlate e per le storie che raccontava col sottofondo musicale della E Street Band. Esibendosi nei grandi spazi all’aperto prese a parlare sempre meno e a comunicare di più con la musica, un cambiamento che rifletteva la nuova modalità espressiva. A Milano scelse “I’m on fire” per accennare un breve monologo sul desiderio e su quando il padre lo aspettava in cucina per parlargli. Il pezzo era stato scritto cercando di replicare alla chitarra un ritmo alla Johnny Cash.

 

Because the night

Per un certo periodo Springsteen non si era curato di pubblicare le canzoni più dirette e le aveva “regalate” ad altri artisti, sconcertando la sua casa discografica. “Bruce” ha spiegato il suo manager Jon Landau “non voleva brani che risaltassero in particolare e che quindi risultassero in qualche modo al di fuori del contesto generale del disco”. Fra di essi c’era “Because the night”, inno rock che diede a Patti Smith che stava incidendo l’album “Easter” negli stessi studi dove lui stava registrando “Darkness on the edge of town”. Springsteen l’ha pubblicata nella versione registrata in studio solo nel 2010, all’interno dell’album “The promise”.

 

Backstreets

A dispetto della fama che l’artista aveva di grande improvvisatore di scalette, la set list di San Siro è molto simile a quella del concerto dell’Olympiastadion di Monaco, Germania, di tre giorni prima e praticamente identica a quella di due giorni dopo all’Espace Richter di Montpellier, per lo meno a giudicare dai dati del sito setlist.fm. L’unica differenza con la scaletta francese è “Backstreets”, grazie alla quale il pubblico italiano conobbe l’epica da strada dello Springsteen di dieci anni prima.

 

Rosalita (Come out tonight)

Un tempo nei concerti di Springsteen c’era una sola certezza: l’ultima canzone sarebbe stata “Rosalita”. Non lo era più negli stadi, eppure il pezzo del 1973 continuava ad essere un vero tour de force che comprendeva il teatrino delle presentazioni dei membri della E Street Band. A San Siro svelò che quel giorno era il compleanno di Lofgren e tenne per ultimo Clemons per poi presentarlo come enfasi spaccona come “re dell’universo” e “creatore del mondo”.

 

Can’t help falling in love

Già cantato nel tour europeo del 1981, il classico di Elvis Presley, incluso nel film del 1961 “Blue Hawaii”, era una dedica di Springsteen all’attrice Julianne Phillips sposata da appena un mese in circostanze rocambolesche: i due erano letteralmente braccati dalla stampa e il loro matrimonio era diventato “il più scottante pettegolezzo dopo quello della morte di Paul [McCartney] negli anni ’60”, come scrisse sul Los Angeles Times il giornalista Robert Hilburn. I due si sarebbero separati due anni dopo e avrebbero divorziato nel 1989. Dal divorzio, Springsteen l’ha rifatta in concerto solo tre volte.

 

Born to run

Uno dei grandi pezzi rock degli anni ’70, era ed è rimasto un momento chiave dei concerti di Springsteen. La sua potenza dal vivo non lascia intendere la lunga genesi: “Fu il primo brano musicale che scrissi e concepii come produzione in studio anche se manteneva un suo legame con i lunghi pezzi live composti precedentemente grazie ai movimenti dell’arrangiamento. […] Segnò un punto di svolta e mi permise di aprirmi a un pubblico più ampio. Non nacque però da un’ispirazione improvvisa: mi ci vollero sei mesi per scriverla” (“Songs”).

 

Bobby Jean

Canzone sulla lontananza, da un amico, un’amica o una fidanzata, all’epoca fu interpretata come un omaggio a Little Steven, il chitarrista e compagno d’avventure che aveva appena lasciato la E Street Band, sostituito da Nils Lofgren. Un altro estratto, l’ultimo della serata, da “Born in the U.S.A.”: in tutto furono nove. Ventotto anni dopo, Springsteen avrebbe rifatto l’intero album in quello stesso stadio.

 

Ramrod

Springsteen l’ha definita un pezzo da club, “musica scritta per infiammare i nostri concerti dal vivo e per controbilanciare le ballate che cominciavano a essere sempre più presenti nella mia opera […] ‘Ramrod’, ‘Cadillac ranch’ e ‘Hungry heart’, consentivano uno sfogo” (“Songs”).

 

Twist & shout / Do you love me

Springsteen era solito eseguire cover verso la fine del concerto per mantenere l’atmosfera festosa e al tempo stesso evidenziare il legame con la storia della musica popolare anglo-americana. Per gli italiani, “Twist & shout” significava Beatles. Per un americano come Springsteen significava anche Isley Brothers, il gruppo di colore che l’aveva portata al successo nel 1962, un anno prima degli inglesi. All’epoca il rocker del New Jersey era solito eseguirla in medley con un altro pezzo black dello stesso anno, “Do you love me” dei Contours, gruppo di casa Motown. A San Siro lo introdusse così: “Prima di andarmene c’è una cosa che voglio sapere: mi amate?”, interrompendo sul finale la performance per urlare a squarciagola: “Sono solo un prigioniero… del rock’n’roll!”.

 

Rockin’ All Over The World

Il 1985 fu l’anno del riscatto di John Fogerty, il rocker a cui Springsteen veniva paragonato per le comuni radici “working class” della musica. Il leader dei Creedence Clearwater Revival, autore di pezzi come “Proud Mary” e “Who’ll stop the rain”, usciva da dieci anni di silenzio discografico e da una lunga battaglia legale. Nel 1975 aveva pubblicato il suo ultimo hit, “Rockin’ all over the world”, che gli Status Quo avevano portato al successo in Europa. Un altro “sinagalong”, finale ideale per il concerto che ha creato un legame indissolubile fra l’artista e l’Italia. “È un po’ come portare in giro un circo”, avrebbe detto Springsteen del tour ’84-85. “Si va, si viaggia, si entra in una città altrui, ed ecco, sei a contatto, cuore a cuore. Può succedere qualcosa a te e può succedere qualcosa a loro”. A Milano accadde ad entrambi.

 

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