TAGS: Francesco Bianconi, Il regno animale

Mi prendo una bella grana, recensendo questo romanzo. C'è stato un po' di palleggio, in redazione, e siccome quando c'è uno sporco lavoro bisogna pure che qualcuno lo faccia, lo faccio io.
Qual è il problema? E' che Francesco Bianconi è uno di quei personaggi che - meritatamente - si sono costruiti una solida stima, e il rischio di giudicarlo (per un'attività che non è, per il momento, quella per la quale si è meritato la stima di cui sopra) è duplice: farsi influenzare da un pregiudizio positivo, o farsi condizionare da una sorta di ipercriticismo. E in entrambi i casi si sbaglierebbe.
D'altra parte: la Mondadori avrebbe pubblicato un romanzo di Bianconi, se Bianconi non fosse il Bianconi dei Baustelle? Altra questione capziosa. Le case editrici trovano assai più facile pubblicare il lavoro di un personaggio noto, puntando sul trascinamento promozionale del nome: è un malcostume, ma non sono certo io a poterlo condannare. Però, mi chiedo: avrei letto questo romanzo, io, se non l'avesse scritto un musicista, e quindi qualcuno che si muove nello stesso mio ambito professionale? Risponderei di no, anche perché - e qui torno indietro di qualche riga - forse in quel caso questo romanzo non sarebbe stato pubblicato, o comunque io non l'avrei avuto per le mani.
Chiudo questa spirale di dubbi concludendo che i dischi andrebbero recensiti da chi per mestiere recensisce dischi, e i romanzi andrebbero recensiti da chi per mestiere recensisce romanzi. Ma, appunto, quando un romanzo è stato scritto da qualcuno che fa dischi, gli tocca di essere recensito (anche) da qualcuno che per mestiere recensisce dischi, e non romanzi.
E adesso che ho messo per benino le mani avanti (ma il Vangelo, credo, dice "non giudicare se non vuoi essere giudicato"; e io aggiungo "ma non scrivere canzoni, o romanzi, se non vuoi che siano giudicati") entro in argomento. Dopo aver letto "Anticorpi" e "Gattaccio nero", cioè i primi due capitoli di "Il regno animale", mi sono sentito abbastanza soddisfatto. Scritti bene, efficaci, ritraggono con tratti essenziali due persone "normali" facendole apparire speciali. E sono però, mi pareva, dei racconti: nel senso che mi suonavano autoconclusivi, ovvero che mi sarebbero bastati così. Il che, intendiamoci, è un pregio: la capacità di scrivere racconti, che è di pochi, sta proprio anche nel riuscire ad esercitare l'arte della brevità, della concisione, addirittura della sospensione - che ne sarà stato di Alberto? Che ne sarà stato di Susi? - e nello sfuggire all'ansia dell'allungamento del brodo (la definizione non è tecnica, ma capitemi lo stesso).
Al terzo capitolo, "Orsi", sono rimasto spiazzato da una nota a piè di pagina che per conto suo è un racconto, scritto nella lingua anodina e burocratica dei verbali della Questura; e che per lunghezza del testo è superiore a quella del capitolo per il quale formalmente funge da nota a piè di pagina. Un meccanismo curioso, anche originale, magari un po' scomodo alla lettura, comunque accattivante.
Da qui in avanti ho continuato la lettura smettendo di credere che stavo leggendo un romanzo. E penso di aver fatto bene, perché mi sono liberato dalla naturale curiosità di sapere "come andrà a finire" e mi sono goduto di più la lettura in sé. Ho trovato un pochino prevedibile la chiusa di "Le rane", come anche il suo (pseudo?)autobiografismo. "L'anaconda" mi ha fatto ricordare, senza un motivo particolare, il mood di "La vita agra" di Luciano Bianciardi - ed è un complimento. "Il diluvio" mi ha incuriosito perché racconta di un mondo che un po' conosco, quello delle piccole etichette discografiche e dei gruppi desiderosi di emergere. Mi ha infastidito "Porci", per più ragioni: perché la storia di Berlusconi e delle serate bunga-bunga è fin troppo facile da descrivere con piglio moraleggiante, perché l'incontro di Alberto con Ilaria è a metà fra Harmony e i romanzetti porno dalla copertina viola che si compravano da ragazzi nelle edicole delle stazioni ferroviarie, perché l'excursus sul porno via Internet è macchinoso e sostanzialmente pleonastico. Sono stato emozionato da "Il germano reale", ma ho trovato così forzato il riferimento alle leggende urbane sull'ictus di un noto politico che ho rischiato di perdere il contatto con la mia emozione. Di "Galline" ho trovato bellissimo - dico davvero, bellissimo - il racconto, inserito nel capitolo, intitolato "Tempo effimero nella città eterna": tanto che mi sono chiesto se non sarebbe fantastico se tutto il libro fosse scritto con quel taglio, con quel linguaggio, con quel piglio. "Cani da mostra" è forse, narrativamente, la sequenza meglio riuscita del libro - con quel tanto di namedropping che la rende sfiziosa, e con quel distacco emotivo alla Lou Reed che rende accettabile anche il vezzo dell'autore di ritrarsi fra i personaggi in scena. "Pegaso" è sorretto da un'idea fantastica - Piazza Duca D'Aosta, quella davanti alla Stazione Centrale di Milano, vista con gli occhi di una delle due statue di cavallo alato della facciata - ed è scritto con passione e compassione. "Il camaleonte"... non so, è il capitolo finale, è strettamente collegato a "Pegaso", ma mi suona un po' appiccicato, giusto perché c'era bisogno di una chiusa.
Di una chiusa avrebbe bisogno anche questa recensione, che spero abbia almeno fatto capire che non ho considerato tempo sprecato quello dedicato alla lettura di "Il regno animale". Me ne ricorderò alcuni passi per molto tempo, e sono certo che ogni volta che ripasserò da Piazza Duca D'Aosta alzerò lo sguardo a cercare il cavallo. Non so dirvi, né penso che il mio parere conterebbe granché, se Bianconi abbia le doti del romanziere: sono certo però che possieda ottime qualità di scrittore di racconti. Però questo lo sapevo già: dalle sue canzoni.

(franco zanetti)

PS: Foto di copertina splendida
PPS Due soli refusi: "augelli" anziché "ugelli", a pagina 84, e "televisone" anziché "televisione" a pagina 160. Rispetto alla media dei libri che si pubblicano oggi, una rarità.



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