Nella musica, rispetto a TV e cinema, i sequel e le seconde stagioni sono una pratica meno diffusa. Ma quando un progetto funziona, quando è bello, può decisamente meritare una seconda puntata. "Malìa", pubblicato un anno fa, è stato il coronamento della collaborazione tra Massimo Ranieri e Mauro Pagani nel loro percorso di riscoperta della musica napoletana: fu un'operazione di una precisione storica e una grazia unica, nel suo riscoprire le connessioni tra Napoli e America, rileggendo le canzoni partenopee degli anni La seconda parte di "Malìa" è altrettanto bella, anche se con un concept meno rigoroso.
Pagani e ranieri hanno reclutato nuovamente il supergruppo di jazzisti: Enrico Rava (tromba e flicorno), Stefano Di Battista (sax), Rita Marcotulli (pianoforte), Stefano Bagnoli (batteria) e Riccardo Fioravanti (contrabbasso). Ma la scelta delle canzoni è più ampia: non riguarda un periodo specifico, ma semplicemente rispettano la voglia di cantare e suonare, ricreando la magia del primo volume.
E la magia si ricrea: anzi la "Malìa", l'incantesimo che sembra possedere questo gruppo di persone, e che si trasferisce all'ascoltatore, sentendo la delicatezza, la misura, la grazia degli arrangiamenti e della voce di Ranieri - impeccabile. Una sorta di Tony Bennet o Frank Sinatra nostrano, con un controllo e una precisione senza pari, ma mai a scapito dell'emozione.
"Malìa" è più accessibile e meno soprendente del primo volume. Manca l'effetto "wow!" che si aveva sentendo per la prima volta quegli arrangiamenti, quel suono. Ormai, è un gruppo affiatato e consolidato, dal produtore alla formazione, con il carisma di Ranieri a tenere assieme tutto. Ma la scelta delle canzoni è più ampia, con classici-classici senza tempo: "Malafammena" di Totò, "Luna Rossa", il divertimento di "Torero" di Renato Carosone o "Dove sta Zazà”. Persino qualche concessione al passato prossimo ("Che t'aggia dì”, dal disco Mina-Celentano del '98). E, soprattutto, un vero capolavoro: una lunga versione jazz della "Tammuriata nera", con una coda in cui Rava e DiBattista si scambiano assoli, sostenuti dal piano della Marcotulli. Gigantesca - e appropriata al tema originario del primo volume, quello delle relazioni tra i napoletani e gli americani, che nel periodo della guerra e dopo, importarono in città culture, musiche: venne scritta nel '44 da E. A. Mario (musica) ed Edoardo Nicolardi (testo), come racconto di una madre che partorisce un bambino di colore, avuto da un soldato americano.
Insomma: un altro disco da avere. Se avete ascoltato il primo volume, sapete già cosa aspettarvi, e lo prenderete a scatola chiusa. Diversamente, non sapete cosa vi state perdendo: uno dei dischi italiani migliori degli ultimi anni.