Joseph Arthur - LOU - la recensione

Recensione del 31 mag 2014 a cura di Gianni Sibilla

Voto 7/10
Un disco di cover di Lou Reed , a pochi mesi dalla sua morte. Suona male al solo pensiero, sa immediatamente di sfruttamento commerciale della memoria - che è pratica consueta nella discografia, ma insomma.

Non se a inciderlo però è uno come Joseph Arthur e non se è fatto in questo modo.

Newyorchese - seppure d’adozione - amico di Lou Reed, Arthur racconta la storia di “Lou” nelle note di copertina: nasce da un’idea di Bill Bentley, discografico di Reed in Warner e ora a capo della Vagrant. Arthur, combattuto, prima rinuncia, poi si ritrova a New York sotto una nevicata, chiuso in studio. Incide le canzoni da solo, voce chitarra e piano. Funziona e ha un senso. La Vagrant però ritira l’offerta, pensando ad un tributo più tradizionale di vari artisti. Arthur si arrabbia, pensa di pubblicarlo da solo, poi la Vagrant ci ripensa, ed eccoci qua.
“Lou” parte da una storia banale - una casa discografica che commissiona una lavoro che può funzionare economicamente - per arrivare ad un prodotto finito che non è il solito disco tributo.
La scelta di Arthur di scarnificare le canzoni è radicale: certo, ci sono le melodie di “Walk on the wild side” e di “Pale blue eyes”, così come l’andamento ellittico di “Heroin”. Ma c'è la voce roca, quasi sussurrata di Arthur - mille miglia lontana da quella di Lou Reed - e ci sono strumenti che accennano appena le note. Le canzoni, insomma, diventano altro dall'originale, pur rimanendo riconoscibili. Quello che dovrebbero fare le cover, sempre: farti arrabbiare, anche. Ma non essere fotocopie sbiadite. Queste versioni non lo sono di certo. Raccontano la stessa storia, ma da un altro punto di vista.

“Tutti hanno una brutta storia da raccontare su Lou. Ma il fatto è che al di là della sua durezza e della sua attitudine punk, Lou era una persona amabile”, dice ancora Arthur nelle note di copertina: ecco, “Lou” traduce in suoni questa idea, rileggendo le canzoni in maniera delicata, disarmante, persino straziante.

Certo, rimane il dubbio di cosa sarebbe potuto venire fuori da questo disco tributo se Arthur l’avesse inciso con qualche musicista, pur mantenendo lo stesso spirito (guardate questo passaggio al Letterman Show con Mike Mills - che fa parte della sua touring band e Peter Buck). Detto questo, “Lou” è un disco minimale, tutt’altro che consolatorio, come vorrebbero le circostanze. Un tributo vero, insomma.

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