Counting Crows - SATURDAY NIGHTS & SUNDAY MORNINGS - la recensione

Recensione del 27 mar 2008 a cura di Gianni Sibilla

Una raccolta, una colonna sonora, un live, una ristampa: gli ultimi 5 anni hanno visto i Counting Crows ristagnare. Anche se una di queste cose (“Accidentally in love”, scritta per Shrek) li ha riportati in classifica e ha procurato una nomination all'Oscar, e un'altra era la riedizione del loro primo disco, “August & everything after”, un capolavoro. Erano la miglior band di rock americano uscita negli anni '90, e sembravano persi.

Proprio la ristampa, uscita lo scorso settembre, ha costretto la band a rimandare l'uscita di “Saturday nights & sundays morning”, che è il primo album di studio in quasi sei anni, da “Hard candy” (estate 2002). Il che farebbe supporre una lavorazione tormentata, ed un risultato magari altrettanto tormentato: le anticipazioni (vedi news) raccontano di un disco diviso in due parti, una dedicata all'eccitazione e al caos dei sabati sera, un'altra alla malinconia del dopo-sbornia della domenica mattina.
I Counting Crows sono sempre stati tormentati: la penna di Adam Duritz è tra le migliori del rock americano proprio per come riesce a mettere a nudo se stesso e i propri demoni nelle canzoni, da “Mr. Jones” ad oggi. “Saturday nights & sunday mornings” non fa eccezione, fin dai primi versi dell'iniziale rock rabbioso di “1492” (“sono un ebreo americano di origine russe che recita la parte di un afro-giamaicano. Quello che vorrei essere è un indiano, ma finirò per essere un cowboy”). Il disco è effettivamente diviso in due parti: le prime cinque canzoni sono quelle più rock, più cupe. Sono state prodotte da Gil Norton (storico collaboratore dei Pixies), che forse ha commesso lo stesso errore che già commise su “Recovering the satellites”, il secondo disco della band: un suono di chitarra invandente, quasi distorto. Ma le canzoni ci sono, e l'atmosfera caotica del sabato sera viene fuori splendidamente attraverso i racconti di Duritz, oltre che dalle chitarre. Meglio si va, a livello di suoni, nella seconda parte, prodotta da Brian Deck (già al lavoro con Iron&Wine e Modest Mouse): i Counting Crows e la voce di Duritz rendono meglio sulle ballate, che qui hanno una forte venatura folk; brani come “Anyone but you” o mid-tempo come il singolo “You can't count on me” sono dei gioielli, che hanno ancora maggior valore perché arrivano dopo il caos dfel sabato sera.

Poi, proprio quando un pensa: “bello, sì, ma manca il pezzo-killer alla 'Mr. Jones'”, arriva la conclusiva “Come around”, il capolavoro dell'album per intensità e cantabilità, profondità dei testi e leggerezza dei suoni. E allora pensi: ne è valsa la pena aspettare. Bentornati Counting Crows.

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