Perché è vero che sono un gruppo terribilmente “trendy", sia per come si presentano, sia per come vengono presentati dai media. Ed è vero che sono rock e retrò. Ma i loro sono dischi solidi, che lasciano il segno.
“Antics” è la loro seconda prova. Arriva a due anni da “Turn on the bright lights”, e non fa che confermare quanto di buono si era scoperto al tempo. Anzi, se possibile, lo migliora.
Quelle degli Interpol sono canzoni secche, taglienti e irregolari. Le loro radici sono piantate altrove, rispetto ai colleghi rockettari. Sono radicati nella new wave inglese (la voce è molto simile a quella di Ian Curtis dei Joy Division) e nel post-punk americano, soprattutto (ed inevitabilmente) nella scena newyorchese, quella del CBGB’s, i Television e giù di lì.
Insomma, come tanti altri gruppi giovani, gli Interpol sono derivativi. Però poi ti stupiscono con soluzioni inaspettate: con riff di chitarra che vanno avanti come dei mantra elettrici (come quello di “Not even jail” o quello di “NARC”), con rallentamenti e ripartenze (come in “Evil” e “Take you on a cruise”) o cambi di tempo repentini. Insomma, fanno una musica che è paradossalmente già sentita e imprevedibile. “Antics” è un disco ipnotico ma anche divertente, di quelli che non ti annoiano. Ascoltando le canzoni degli Interpol non si ha la sgradevole sensazione (spesso sperimentata con Strokes & co) di essere fronte a pur gradevoli esercizi di stile, ricopiature in copia carbone di modelli già sentiti. Ecco, gli Interpol sono giovani, derivativi finché volete, ma hanno personalità. E scusate se è poco…