Kaki King: 'Ad Ani DiFranco e Michael Hedges preferisco Morrissey'

Kaki King: 'Ad Ani DiFranco e Michael Hedges preferisco Morrissey'
Il booklet del nuovo album “Dreaming of revenge”, ogni pagina un disegno da ritagliare per confezionarsi da sé piccole decorazioni casalinghe, spiega bene l’etica e l’estetica che governano la ancora breve storia musicale di Kaki King: fai da te, sembra essere il messaggio, sii creativo anche se non hai grossi budget a disposizione. “Esatto, il senso è proprio quello”, annuisce lei sotto il caschetto di capelli neri. “Volevo permettere a chi compra il cd di metterci le mani per costruire qualcosa di suo, farne un prodotto più interattivo. E poi, oggi che di dischi se ne vendono sempre meno, non mi pareva il caso di spendere un sacco di soldi nel packaging”.
La giovane ragazza newyorkese ha le idee chiare e non è neppure una novellina. Questo è il suo quarto disco, uno dei precedenti è stato pubblicato (in America, non in Italia) dalla Epic/Sony: “Ma poi c’è stata la fusione con BMG”, spiega, “e d’un tratto in azienda non avevo più punti di riferimento, nessuno che potesse darmi assicurazioni per il futuro. Allora sono tornata da un’etichetta indipendente con cui avevo già lavorato, la Velour” (distribuita in Italia dalla Nasco di Franco Dedevitiis). Minuta al punto di stare comodamente raggomitolata sulla poltroncina dell’hotel milanese in cui la incontriamo, Kaki non ha proprio l’aspetto della guitar goddess decantata dal giornalista David Fricke e da Dave Grohl (“fa sembrare Eddie Van Halen il chitarrista dei Germs”, ha detto il leader dei Foo Fighters con discreto gusto del paradosso). E con il nuovo album sembra volerci dire che quell’immagine le sta un po’ stretta, che a lei preme essere apprezzata come compositrice, autrice e performer completa più che per il suo singolare virtuosismo alla sei corde acustica. “La verità”, taglia corto, “è che non voglio impressionare nessuno con la tecnica. Cerco semplicemente di fare la musica che mi piace davvero”. Alternando, in questa occasione, sognanti brani strumentali a ballate intimiste, pezzi in cui è lei a suonare tutti gli strumenti ad altri in cui si avvale di diversi musicisti di accompagnamento esplorando territori musicali che sfuggono il più delle volte a qualsiasi etichetta di genere. “Eppure il mio progetto iniziale era di tornare a fare pezzi per sola chitarra acustica come ai miei esordi discografici. Ma poi, arrivati in studio, abbiamo cambiato idea, decidendo di sovrapporre linee melodiche lente e dilatate agli arrangiamenti piuttosto intricati di chitarra che avevamo concepito”. Parla al plurale, la King, riferendosi alla preziosa collaborazione con Malcolm Burn, gran tessitore di suoni formatosi alla corte di Daniel Lanois: “Tirare fuori il contenuto melodico delle canzoni”, spiega, “è stata una sua idea. Il suo nome era nella lista dei produttori con cui avrei voluto lavorare, ho sempre apprezzato la sua capacità di confezionare dischi pop che allo stesso tempo conservano un pizzico di stranezza e una componente surreale. Come essere in due mondi diversi contemporaneamente”. “Su ‘Dreaming of revenge’ ”, aggiunge, “canto soltanto in quattro canzoni utilizzando spesso accordature e tempi inusuali: eppure io lo considero un disco accessibile, un’opera che trasmette emozioni, stati d’animo anche tenebrosi. Io stessa ho elaborato un desiderio di vendetta, dopo la fine di una relazione sentimentale, però il titolo del disco arriva da Gauguin: e quello che emerge dalle canzoni non è sempre il mio mondo, non sono per forza io. Molto materiale l’avevo scritto prima di entrare in sala di incisione, altri pezzi come ‘2 o’ clock’ e la bonus track ‘Zeitgeist’ sono nati quasi come improvvisazioni di studio. In alcune occasioni abbiamo lavorato molto velocemente, senza starci troppo a pensare”.
L’impressione che se ne ricava è sempre quella di trovarsi di fronte a un’artista originale, a metà strada tra l’indie pop e il chitarrismo di marca Windham Hill. A chi si sente più vicina, Kak, ad Ani DiFranco o a Michael Hedges? “A nessuno dei due, in verità. A me piacciono soprattutto Morrissey e gli Smiths, e credo che un po’ si senta ascoltando pezzi come “Montreal”, “Pull me out alive” o “Air and kilometers”. Tra i chitarristi citerei piuttosto Mark Kozelek dei Red House Painters, bravissimo. E poi gente come Nick Drake o John Fahey. A nove anni ho imparato a suonare la batteria, da ragazzina usavo la chitarra elettrica. Ma poi ho cominciato a fare da sola e per accompagnarsi l’acustica è meglio, questione di gamme e di frequenze. La tecnica percussiva di cui faccio uso è nata dalla necessità di riprodurre su un unico strumento i suoni che avevo in testa: una specie di sfida personale. Mi esibivo nella metropolitana di New York, e mi è stato di grande aiuto. Ho acquisito resistenza, forza nelle mani, nel corpo e nella mente. Prima di allora non avevo mai suonato in pubblico per due o tre ore di seguito, lì ho imparato a mantenere la concentrazione a lungo. E mi sono sentita pronta a salire su un palco”. Anche in “Dreaming of revenge” Kaki si propone come vera “one band woman” suonando di tutto: percussioni, tastiere, lap steel, chitarre elettriche e acustiche. Queste ultime, di marca rigorosamente Ovation (che ha in progetto un modello “signature” firmato da lei). “Le adoro”, racconta, “perché posso accordarle in tonalità molto basse e conservare allo stesso tempo un suono forte e corposo. Puoi accordare il mi cantino, che è una corda molto leggera, quasi come se fosse un sol e non perdi nulla in termini di brillantezza e di potenza di suono. E poi le Ovation sono perfette per le accordature aperte. Hanno un timbro scuro e sono anche piuttosto agevoli da suonare per chi fa musica come la mia”. Dal vivo, però, le è tornata voglia di elettricità, tanto da farsi accompagnare di nuovo da una band. “Con l’aggiunta”, spiega, “di un musicista che suona una sorta di sassofono-sintetizzatore. Così è più eccitante stare sul palco, e la mia musica diventa più rumorosa”. Sempre ariosa e d’atmosfera, però: e sarà per questo, probabilmente, che le è stato chiesto di contribuire alla colonna sonora di un film come “Into the wild” (“Nelle terre selvagge”) di Sean Penn. “Sì, è possibile. E’ stato il sound editor della pellicola, Martin Hernandez, a inserire provvisoriamente alcuni miei brani nella soundtrack. Quando li ha sentiti Sean, che non mi conosceva, mi ha chiamato personalmente per invitarmi a partecipare. Eddie Vedder? No, lui non l’ho incontrato”.
Circuiti underground e Hollywood, piccoli club e programmi televisivi di successo come lo show di David Letterman o quello di Jools Holland: la King sembra la ragazza giusta per ogni occasione. E il cinema americano, a quanto pare, le ha aperto le porte: “Sì, ho lavorato di recente su un altro lungometraggio intitolato ‘August rush’, una sorta di film per ragazzi che racconta la storia di un piccolo orfano alla ricerca dei suoi veri genitori. Ho riarrangiato una mia vecchia composizione e suonato un pezzo di Michael Hedges, ‘Ritual dance’. E siccome il protagonista è un piccolo chitarrista prodigio stavolta ho fatto anche la controfigura”: le mani virtuose riprese sullo schermo mentre suonano lo strumento sono quelle di Kaki, lei pure una piccola ragazza delle meraviglie che stupisce senza mai alzare troppo la voce.
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