Tornano gli Incognito: 'La black music deve tornare a parlare alla gente'

Tornano gli Incognito: 'La black music deve tornare a parlare alla gente'

Giornali e notiziari televisivi vi procurano il mal di testa e incubi notturni? Potete sempre rifugiarvi in dischi come “Tales from the beach” degli Incognito, che esce oggi nei negozi italiani: un album apparentemente fuori dal tempo, che parla di spiagge assolate e dolce vita notturna trasmettendo cocciuto ottimismo e ostinata gioia di vivere anche in tempi travagliati e confusi come questi.

Jean Paul Maunick in arte Bluey, titolare unico del celebre marchio nato nei primi anni Ottanta, l’ha composto trovando ispirazione – beato lui – sui litorali di Bali e di Indonesia, delle sue Mauritius native e persino d’Italia, tanto che alcuni pezzi sono nati durante un periodo di permanenza nell’Argentario (“Eravamo a casa di un’amica conosciuta ai concerti, un bellissimo posto di montagna con vista sul mare”). “Come autore sono sempre molto ispirato dalla natura” spiega Bluey, gentile, rilassato e solare come la sua musica. “E poi questo disco mi riporta ai ricordi d’infanzia: quando, a cinque anni, andavo in spiaggia alle Mauritius e mi mettevo a far musica. La spiaggia è sempre stato un luogo che mi apre la mente. Mi stimola l’immaginazione, mi fornisce una direzione, spesso mi procura ritmi e parole per le mie canzoni. In città è difficile scrutare il cielo o l’orizzonte, sei circondato da edifici e persone e non puoi percepire a fondo la profondità del creato.Quando rimango a Londra quel che ne viene fuori è una musica molto differente: in un disco come ‘Bees+things+flowers’, non a caso, c’erano poche canzoni originali e molte cover. Ci siamo seduti in circolo e l’abbiamo registrato in pochi giorni. Non mi sentivo ispirato a farne una grande produzione, a fare ricerca e lavorare per ore sul materiale. Preferivo starmene a casa a guardarmi le partite dei mondiali di calcio e le cose andavano a rilento. E’ andata bene così, è giusto anche fare dischi come quello, segnare il territorio come fanno gli animali prima di ripartire in esplorazione. Ma se poi ascolti ‘Tales from the beach’ ti accorgi subito di come qui tutto sia tornato improvvisamente ad essere più vivo, vitale. In questo disco, in un certo senso, c’è la storia della mia vita: d’altra parte ogni album che fai non rappresenta soltanto l’ultimo anno della tua esistenza, è piuttosto una raccolta di emozioni e di sensazioni che si sono sedimentate nel tempo. Quando ha ascoltato il primo brano del disco, ‘Step aside’, mia moglie (una donna di nazionalità giapponese sposata due anni fa, ndr) ha cominciato a temere che fosse un modo inconscio per dirle che non la volevo più accanto a me! Ovviamente non è così, certe cose arrivano da lontano”. Da lontano arriva anche la ricetta degli Incognito: musica ballabile ma con un “messaggio”. “C’è sempre un elemento di improvvisazione e un po’ di jazz nelle nostre canzoni, per esempio nell’uso che facciamo delle sezioni fiati. E c’è la componente soul, una musica che molto più del pop ha sempre parlato al cuore della gente: anche negli anni Sessanta e Settanta, ascoltando Aretha Franklin e Marvin Gaye ti accorgevi che c’era qualcosa di più, nei loro dischi, un senso di immanenza e di spiritualità”. Per questo Bluey ama definirsi “un guaritore, più che un intrattenitore”? “Non voglio sembrare pomposo, e non sono stato io a darmi questo appellativo. Ma quando vado in paesi come la Corea del Sud o il Kazakistan, la Georgia o la Malaysia, dove la gente conduce un’esistenza difficile e travagliata, ogni tanto qualcuno mi avvicina per dirmi che la mia musica unisce le persone dandogli fiducia e un senso di speranza nel futuro. In Malaysia abbiamo suonato a un festival con John Legend, i Roots e i Parliament/Funkadelic davanti a quarantamila persone, e dopo il concerto sono venuti a parlare con me gruppi di teen ager che mi hanno fatto capire che le differenze di età, di razza e di cultura non contano”. Bluey ha ben chiara in testa una convinzione: è ora che la musica di ispirazione “black” si riappropri del suo ruolo storico facendo la sua parte nel risvegliare le coscienze. “Certo. Quello è il messaggio che ci hanno trasmesso i dischi di Stevie Wonder e di Marvin Gaye, di Gil Scott-Heron, di Roy Ayers e di Fela Kuti. E cosa ne è rimasto, nell’r&b di oggi? Nulla. Lo stesso si può dire del rap, che pure sarebbe il veicolo più adatto per comunicare con le parole: oggi forse solo Common o Sage Francis toccano certi argomenti….il resto è puro egocentrismo, gente che mette se stessa sempre e comunque al centro della scena facendo scendere dall’alto il suo verbo. Per favore, dateci un taglio! Specie quando hai raggiunto un certo livello di notorietà, hai come un dovere morale di nutrire l’anima di chi ti ascolta, unendo educazione e intrattenimento. Se non lo fai diventi una conchiglia vuota”. .


Alla passione politica e sociale del suo autore, “Tales from the beach” accoppia un altro amore di lunga data di Maunick: il Brasile e i ritmi brasiliani.

“Non so se sarà in occasione del prossimo disco o di quello successivo, ma sicuramente prima o poi seguirò le orme di mio figlio e andrò a registrare lì con musicisti del luogo. Quando ho cominciato a suonare, a cinque anni, ho imparato un ritmo africano importato nelle Mauritius ai tempi della schiavitù, la sega, che si suona con un tamburo a mano chiamato ravane. L’ho ritrovato poi nel samba e nella bossa, ma anche nel soul, nei dischi della Motown e nella batteria jazz di Art Blakey. Avvicinarsi alla musica brasiliana o suonare con musicisti cubani, per me, non significa cercare di riprodurre fedelmente una forma d’arte preesistente. Non sono uno di quei puristi che ambiscono a ricreare musica brasiliana tradizionale, così come non mi interessa ricreare il blues o il soul classico. Vivo nell’Inghilterra del ventunesimo secolo e viaggio in tutto il mondo, guardando con interesse a quel che fa in Giappone una band hip-hop come i Soil & ‘Pimp’ Sessions, mentre in Indonesia c’è chi mescola il jazz allo stile percussivo locale, in Brasile si accoppia il samba al drum’n’bass londinese e in Germania si rielabora il breakbeat con le macchine. E’ questo che rende la musica attuale ed eccitante”. Assieme alla voce umana, che negli Incognito è una costante e una variabile, con il solito alternarsi di ugole al microfono. “Il fatto è che, come compositore, mi stufo presto di sentirne una soltanto. Mi piace usare le voci allo stesso modo in cui uso i fiati, le tastiere o le percussioni: ognuna è uno strumento diverso per gamma, timbrica, espressione. Quando scrivo ho sempre in mente una voce: spesso è quella di Maysa Leak, la mia musa, anche se per un pezzo come ‘N.O.T’ ho pensato subito a Imaani, e per ‘When the sun comes down’ nessuno mi sembrava più adatto di Tony Momrelle. In quel pezzo musica e testo si sono subito sposati senza sforzo e la performance vocale di Tony va dritta al cuore di chi ascolta. Un altro elemento essenziale del brano è la cadenza creata dalla sezione fiati: per me lo caratterizza allo stesso modo in cui la cadenza di chitarra elettrica rendeva inconfondibile ‘Smoke on the water’ dei Deep Purple. L’ho avuta in testa fin dal primo momento, insieme al ritmo, gli accordi e tutto il resto. Eppure la canzone non sarebbe mai nata se non fosse stato per la mia figlia adottiva di 11 anni. Un giorno ero a bordo del bus numero 73 che mi portava a casa, guardavo il tramonto e canticchiavo una melodia che le era piaciuta. Me ne ero dimenticato completamente, ma è stata lei a ricordarmela, chiedendomi che fine avesse fatto la ‘sua’ canzone. Mi è tornato in mente d’improvviso quel ritmo che avevo in testa e sono corso al piano di sopra a scrivere”. Possiamo ancora chiamarlo acid jazz? “Certo, perché no? Muoiono le scene musicali, non la musica, e c’è gente che è cresciuta ascoltando gli Incognito, Jamiroquai e i Brand New Heavies. L’acid jazz consiste nel mischiare il jazz funk importato dall’America con la disco, i riff di pianoforte di McCoy Tyner con la Chicago house, la musica live con quella suonata dai dj nei club. E quell’idea di musica è tuttora viva e vegeta”. .

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.