Gavin DeGraw, rock e melodia: 'Ce n'è troppo poca, nella musica americana'

Gavin DeGraw, rock e melodia: 'Ce n'è troppo poca, nella musica americana'
Qualcuno faticherà a riconoscere l'interprete aggraziato di "Chariot" tra le chitarre elettriche sferzanti e i ritmi tambureggianti di "Gavin DeGraw", secondo album omonimo del giovane cantautore americano che Sony BMG distribuirà in Italia dal 2 maggio prossimo. Una svolta rock, sanzionata dalla produzione doc di Howard Benson (Motorhead, My Chemical Romance) e fortemente voluta dall'artista: "Il primo disco", spiega ai giornalisti italiani approfittando del tour promozionale che si chiude domani con uno showcase a Milano, "svelava l'aspetto più dolce e soffice della mia musica, stavolta volevo metterne in luce un altro: il terzo album sarà probabilmente una via di mezzo. Durante e dopo il tour di 'Chariot' il pubblico mi ha fatto capire di apprezzare i miei concerti più ancora del disco, l'energia della resa live delle canzoni più delle versioni di studio. Ho preso nota, e in sala di incisione stavolta ho cantato come fossi sul palco, cercando di mettere più forza e più ruvidezza nella performance. Volevo sorprendere chi si era ascoltato il primo disco solo in cuffia, allargare un po' gli orizzonti del mio pubblico. Smantellare lo stereotipo del cantautore triste, depresso e noioso che in certi ambienti è duro a morire. E portare verso la melodia un pubblico rock che alla melodia è abituato a dare poco peso. Infatti le canzoni melodiche non mancano neanche questa volta: 'Young love', per esempio, ha l'approccio intimista di certe canzoni del primo album, ma con uno stile più maturo e una produzione più mascolina".
Tutto ragionato e calcolato a lungo, spiega il giovane e affabile Gavin: "La vivo come una mia precisa responsabilità perché gran parte della musica che si fa oggi negli Stati Uniti non mi piace, e ogni volta che vengo in Europa provo un certo imbarazzo. Nella cultura pop corrente la melodia è spesso assente, i testi privi di classe e senza gusto. Fastidiosi e inutilmente aggressivi, con tutto quel parlare di armi, droga e violenza, quel finto atteggiamento da duri e da smargiassi". E le chitarre rock, allora? "E' solo la ricerca di un suono un po' diverso, ma la sostanza non cambia. Come quando vai al ristorante e trovi un menù un po' diverso, ma lo chef, lo staff e persino gli ingredienti sono gli stessi. Dipende a cosa badi, come ascoltatore: all'artista in sé, al suo stile di scrittura, a come suonano le canzoni. Come all'epoca del rock'n'roll dei baby boomers, fine anni Cinquanta, primi Sessanta: allora il suono, quel suono inconfondibile, contava più degli stessi interpreti. A me oggi interessa soprattutto consolidare il mio stile come autore, è su quello che lavoro per costruirmi una identità. E se ascolti i miei due dischi in sequenza ti accorgi della continuità, di certi elementi comuni. Senza un pubblico non esisterei, ovviamente: ma non faccio musica per compiacere qualcun altro, l'importante per me è soddisfare me stesso rispondendo alle mie esigenze creative". Nessuna pressione, allora, nessuna sindrome da pagina bianca dopo il successo del debutto discografico? "Erano gli altri, intorno a me, a dirmi di stare attento a non bruciarmi, di fare attenzione ai pericoli insiti nel secondo album. Ma io sinceramente gli ho dato poco ascolto: ho fiducia nelle mie canzoni e già prima di firmare il primo contratto discografico avevo un repertorio piuttosto ampio a cui ho attinto anche per il nuovo disco. Continuo a scrivere, ovviamente, sul taccuino che tengo sempre in tasca: in aereo, sul tour bus, ovunque capiti l'occasione". Anche la vita da giramondo non sembra pesare troppo all'ex ragazzo di provincia, nato in un piccolo borgo dello stato di New York, South Fallsburg: "Mi sento la stessa persona di prima, anche se è innegabile che i viaggi e quel po' di successo che ho conseguito hanno cambiato un po' le mie prospettive. Quando vivevo nel mio paesino sognavo i grattacieli e la vita caotica di New York, ora che faccio una vita un po' più complicata vagheggio la semplicità, ho voglia di prati e di starmene in riva al fiume... E' nella natura umana, no? Dopo tanto tempo rinchiuso in studio non vedo l'ora di andare in tour. E dopo tanti mesi on the road, lo so, non vedrò l'ora di rintanarmi di nuovo in sala di incisione. Anche sul palco mi ritrovo bene in ogni tipo di dimensione: mi piace l'intimità del rapporto col pubblico che si crea in un piccolo club, la situazione che preferisco quando sono io ad andare ad ascoltare qualcun altro. Ma un'arena stracolma di gente ti dà un'energia impagabile. Agli artisti piace essere gratificati, coltivare il proprio ego... Come si fa a dire di no? Cantare davanti a una platea numerosa è come vincere al lotto".
Rock o non rock, DeGraw nel nuovo disco continua a coltivare la sua specialità: canzoni che parlano d'amore in modo non banale, scandagliando gli aspetti intimi delle relazioni. "Alcuni pezzi riflettono esperienze decisamente personali", spiega, "altre arrivano dall'osservazione di quanto succede alle persone che mi stanno intorno, amici e conoscenti. Ma non è che espongo gli eventi in ordine cronologico o episodi specifici, mi interessa piuttosto la reazione emotiva che questi eventi scatenano. Se fossi un pittore sarei un impressionista, non sono i dettagli a interessarmi".
Carino, comunicativo, popolare: come fa a non finire mai sulle pagine dei tabloid pettegoli, Gavin? "Forse perché non mi interessa frequentare le celebrità e non vado in giro con attrici e top model. Non è nella mia natura, preferisco starmene con i miei amici. Non è che non mi faccia vedere in giro, si tratta di trovare un punto di equilibrio tra pubblico e privato. Ma a me interessa farmi conoscere per la musica che faccio, non diventare un volto conosciuto che i più non saprebbero neppure a che tipo di musica associare. Sennò diventi un personaggio da cartoon, un Mickey Mouse. La fama in sé non conta nulla e non è un valore positivo. Guarda Hitler..."
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