Credits: Marta Coratella / Concessione in uso a Rockol
Iniziata in casa Apple/EMI, la carriera discografica di Ringo Starr è poi proseguita in maniera poco lineare (fra Atlantic, Portrait, Boardwalk, Rykodisc, Private Music, Mercury, Koch: esiste persino un suo album su etichetta RCA, pubblicato però all’epoca solo in Canada e in Germania – “Old wave”, 1983). In concomitanza con la pubblicazione in questi giorni di “Photograph – the very best of Ringo Starr” (in versione Cd e Cd+DVD), è stato annunciato che il figliol prodigo torna a casa (anche se in realtà probabilmente a suo tempo erano stati quelli della EMI a lasciarlo andare via senza troppi rimpianti): in gennaio uscirà “Liverpool 8”, un disco di inediti prodotto con Dave Stewart (Eurythmics) e Mark Hudson, del quale abbiamo ascoltato oggi il brano che lo intitola, e che a sua volta prende il titolo dal codice postale del quartiere di Liverpool in cui Richard Starkey nacque il 7 luglio del 1940.
“Liverpool 8” è, in un certo senso, la “Penny Lane” o la “Strawberry Fields” di Ringo: un affettuoso, nostalgico ricordo del passato, un po’ nello stile della recentissima “That was me” di Paul (da “Memory almost full”). Un midtempo con un ritornello killer, di quelli destinati a diventare un coro da stadio (la “You’ll never walk alone” degli anni 2000?), il cui testo cita senza pudori i nomi degli altri tre Beatles, elenca gli indirizzi delle case di Liverpool abitate da Ringo, rievoca gli inizi e i tempi epici della band, e ogni tanto rivendica l’origine e le radici dell’interprete (“Liverpool I’ve left you, but I’ve never left you down”). Arrangiamento amabilmente ruffianissimo, interpretazione “col cuore in mano”, semplicità e cantabilità (oltre alla consueta simpatia di Ringo) fanno di “Liverpool 8” un potenziale successo – non in Italia, s’intende: da noi le canzoni semplici e cantabili e senza pretese e amabilmente pop non piacciono…
“Liverpool 8” è, in un certo senso, la “Penny Lane” o la “Strawberry Fields” di Ringo: un affettuoso, nostalgico ricordo del passato, un po’ nello stile della recentissima “That was me” di Paul (da “Memory almost full”). Un midtempo con un ritornello killer, di quelli destinati a diventare un coro da stadio (la “You’ll never walk alone” degli anni 2000?), il cui testo cita senza pudori i nomi degli altri tre Beatles, elenca gli indirizzi delle case di Liverpool abitate da Ringo, rievoca gli inizi e i tempi epici della band, e ogni tanto rivendica l’origine e le radici dell’interprete (“Liverpool I’ve left you, but I’ve never left you down”). Arrangiamento amabilmente ruffianissimo, interpretazione “col cuore in mano”, semplicità e cantabilità (oltre alla consueta simpatia di Ringo) fanno di “Liverpool 8” un potenziale successo – non in Italia, s’intende: da noi le canzoni semplici e cantabili e senza pretese e amabilmente pop non piacciono…
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